Un lento muoversi di granelli di clessidra.
Che uno ad uno passano dall’ora al poi.
Un addormentarsi di una candela di cera
Prima che tutte le sue vesti si scioglieranno.
Una brezza che rinfresca il viso di primavera.
E fa cadere le foglie arancioni d’autunno.
Un torrente che trascina tutto nel suo corso,
I pesci vivaci e i nuotatori che affogano.
Fai luce per noi di ciò che ti sta dietro.
Ma la tua ombra cela ciò che deve arrivare.
Come pesci nel fiume che non vanno indietro.
Come frecce che schizzano in alto senza pensare.
Così tu ci trascini, e noi ti percorriamo.
Così noi il corso tuo risalir non possiamo.
Così viviamo e moriamo.
Così ricordiamo e dimentichiamo.
Così amiamo e odiamo.
Così sognamo e ci svegliamo
In questo mondo che tanto ti nomina,
Ti accusa, ti disprezza e ti ringrazia
Ma poco sa cosa sei
Perché sei
E se sei.
Matteo Raineri
Scuola Media San Carlo - Rho - Classe 3^
Nel titolo tutta la tensione, l’ineluttabilità, il mistero. A nulla vale trattenerlo, è acqua che scorre, necessaria, chiara, a volte oscura. Un testo originale nelle sue metafore che lascia dietro di sé l’ombra della vita, appiccicata ostinatamente, consumata nella sua pienezza e nella sua richiesta di risposte. Ma forse non ci sono risposte, perché come nello splendido finale “Ma poco sa cosa sei, perché sei, e se sei…”
Massimo Botturi
Ho lasciato parole
sui gradini del tempo,
ma tu sei passata scalza
e le hai sentite tutte.
Da allora cammino lento,
per non perdere
neanche un battito
di quello che sei.
Kevin Schillaci
IC T. Grossi – Mazzo di Rho - Classe 2ª
Questa poesia difende un segreto, un mistero tra i suoi versi; il giovane autore ha lasciato sui gradini del tempo una cosa preziosissima: le proprie parole. Non sappiamo quali, ma ne avvertiamo la tenerezza: sono parole per qualcuno, anche se il poeta non si aspettava davvero che il destinatario potesse trovarle. Infatti, quel “ma tu sei passata scalza” evidenzia proprio un elemento di sorpresa, di imprevedibilità. E dunque anche un cambiamento in chi scrive, che “da allora” rallenta il proprio passo per non perdersi nulla dell’altra persona. Un testo breve, ma ben costruito, con immagini poetiche come “i gradini del tempo” e scelte musicali, come l’allitterazione della “s”, al terzo e quarto verso, che contribuiscono a delineare le due quartine del testo. Anche il titolo, lungi dall’essere descrittivo, risulta una scelta felice: non spiega la poesia, ma aggiunge ad essa una dedica e, come hanno fatto tanti poeti, ci ricorda che la poesia è spesso un dialogo con un “tu”.
Alice Serrao
Perdendo lo sguardo nel cielo rubino,
quando il sole svanisce piano,
dove il tempo ritorna bambino,
il mio cuore vaga lontano.
Ho molti pensieri ma tra essi prevale il mio passato,
le parole taciute,
i pensieri non detti,
i sentieri non intrapresi,
ogni cosa portata via dal giorno.
In questo silenzio leggermente mosso dal vento,
tra ricordi belli e brutti,
mi rivolgo al mio domani che sta per arrivare.
Nel rosso del tramonto progetto il mio avvenire,
partendo da ogni errore del passato,
bagaglio a volte pesante che non va dimenticato.
Nel viola della sera affronto il mio presente,
così vivo e attuale,
accetto ciò che non ho potuto cambiare.
La nostalgia mi assale per le persone incontrate perdute,
la cui traccia rimane viva vicino a me,
loro tentativo di non rimanere mute.
In cuor mio comprendo che,
mentre le luci pian piano scompaiono,
per il mio futuro,
finire è un altro modo per iniziare.
Rebecca Nava
IC T. Grossi – Mazzo di Rho - Classe 1ª
Poesia che sa di letture, di riflessioni e di meraviglia e che si immerge nella voglia dello scrittore di tracciare il proprio domani. Il lieve silenzio e il colore rosso del sole al tramonto gli fanno da viatico in questo tentativo di tracciare il proprio avvenire, senza tralasciare il presente coi suoi errori. Non manca il ricordo degli amici che hanno preso altre strade, lasciandogli uno strascico di nostalgia.
Questa atmosfera che si è costruito, e che sta vivendo direttamente, cioè “il tramonto”, gli suggerisce una rinascita nell’alba che lui adegua al suo futuro con un verso tutto da evidenziare con le virgolette: “...finire è un altro modo per iniziare.”
Adriano Molteni
Guerra! Strade deserte,
sirene che urlano forte,
Un bambino confuso,
in fretta si veste a sorte
I "liberatori" son entrati come
ladri in casa,
E una bambola giace a terra,
in un silenzio che pesa.
Combatteremo, vinceremo,
è il grido di guerra,
Daremo fuoco a tutti,
non c’è più pietà in terra.
Non perdoneremo mai
l’orda invasore crudele,
Per i destini spezzati,
per le lacrime e il dolore che duole.
Guerra, un orizzonte di fumo
e di cenere grigia,
Cicogne e gru volano
sopra la zona bruciata e stigia.
Ma un germoglio verde
spunta ostinatamente da sottoterra,
E la speranza, forse,
non è ancora uccisa in questa guerra.
Sofiya Malanych
IC T. Grossi – Mazzo di Rho - Classe 3ª
Non è facile risultare originali affrontando un tema così spesso trattato; il giovanissimo poeta in questo caso ci riesce, grazie a uno sguardo genuino e una penna schietta. Arriva così a creare immagini ed espressioni palpabili, che paiono pronte ad essere afferrate dal lettore, restituendo ottimamente la semplicità con cui la fanciullezza intende quegli scempi che gli adulti provano a restituire come infinitamente più complessi. Dall'esclamazione con cui inizia la poesia, che rende subito chiaro il tono che il poeta vuole imprimere al componimento, affrontiamo una serie di composizioni di grande efficacia, come il "combatteremo, vinceremo" seguito da "daremo fuoco a tutti / non c'è pietà in terra" che sembra farsi beffe delle vacue giustificazioni che il potere porta avanti per la violenza che perpetua. Per poi descrivere con la stessa efficacia quel risentimento che impedisce al ciclo di spezzarsi, quel "dolore che duole", che trova la sua intensità nella profondità del taglio, senza bisogno di ulteriori metafore che snaturerebbero un sentimento che così forte brucia. Conclude poi ritornando alla parola fulcro della poesia, con la quale ha iniziato il primo verso, ma passando da un tuono a un sussurro speranzoso che sopravvive, nonostante la disperazione descritta.
Leo Caenazzo
L’animale conosce l’istinto di uccidere,
ma non nasce dal bisogno di essere il migliore,
è legge antica: mangiare per vivere,
non cerca gloria, né nome, né onore.
Colpisce e tace, poi torna a sparire,
non pesa il gesto, non lascia rumore;
nel sangue non c’è odio da nutrire,
solo il confine tra preda e predatore.
L’uomo, invece, ha imparato a ferire,
non per sopravvivere, ma per potere;
uccide per farsi vedere e sentire,
per un applauso, una corona, un dovere.
Cerca riconoscenza, dominio, memoria,
trasforma la morte in valore;
e mentre l’animale ignora la storia,
l’uomo la scrive col sangue e col terrore.
Diego Simunno
Itis Cannizzaro – Rho - Classe 1ª
Con questa poesia lo scrittore paragona l’animale carnivoro all’uomo e lo fa con voce chiara, decisa, possente. Ne esce una riflessione realistica convincente e con particolari validi, credibili e persuasivi.
L’animale ubbidisce all’istinto, l’uomo sempre più al suo ego, che è la sua parte peggiore. L’argomento trattato trae spunto dai valori universali e ci viene sottoposto in una forma corretta e sufficientemente ritmica.
Adriano Molteni
Tra i capelli due fiocchi rossi,
vividi, vermigli, infantili
Le stavano così bene a quella bambina
Le mani sporche dei ragazzi li sfilarono
Che ne fu di lei?
Quella ragazzina che camminava
senza calpestare le crepe nel cemento,
adesso ci inciampa, cade su se stessa
Tirava i sassi sull’acqua
sperando che potessero galleggiare,
ma non voleva imparare, non riusciva
Marcia a testa bassa nel caldo
e ascolta il canto delle cicale,
ma cosa ci può fare se vede il blu
nel sole dell’estate?
A volte si ricorda dei fiocchi rossi,
ma quel colore non le dona più,
perché ha fatto blu tutto ciò
su cui poteva contare
e quando l’oro della quattordicesima estate
scappa dalle sue dita,
non si sente più persa
Lega i suoi nuovi fiocchi bordeaux,
non le sono mai stati meglio
e questa volta inciampa sulle crepe
sapendo di potersi rialzare.
Marta Santini
Liceo Artistico Fontana/Russell Arese - Classe 1ª
Per noi ragazzi di anni orsono, al ritorno della primavera notavamo con grande gioia che i capelli delle ragazze venivano adornati di fiocchi rossi, accompagnati dai loro sorrisi che trasmettevano la gioia di vivere e il ritorno verso l’estate. Passano gli anni ma non possiamo dimenticare questi svolazzanti fiocchi intrecciati con i loro capelli che cancellavano il lungo inverno.
Quelle ragazze non si sono dimenticate di come erano felici e a distanza di tanti anni ricordano con tanto piacere trovando in essi quella gioia che dà loro forza agli anni trascorsi.
Piero Airaghi
La vita è un’onda,
che porta tesori di conchiglie,
fragili e preziose,
che custodiamo nelle nostre mani,
prima che il silenzio se le riprenda,
restituendoli al tempo.
Si innalza nel buio di una tempesta,
dove non si scorge una fine,
un termine a quel chiaroscuro della vita,
finché si placa nella luce,
dolce e sottile,
in una trasparenza cristallina.
Nasce dal nulla,
si inarca verso l’alto cercando l’infinito,
per poi infrangersi sulla sabbia,
in un ultimo,
soave,
respiro di schiuma.
Giorgia Dimaglie
Liceo E. Majorana – Rho - Classe 1ª
La poesia è costruita attorno alla metafora dell’onda; infatti, fin da subito leggiamo: “la vita è un’onda, / che porta tesori di conchiglie”. La conchiglia è simbolo di tutto ciò che di bello e di misterioso c’è in serbo per noi nella vita; e il mare, con le sue tempeste e la sua risacca, mescola i tesori del fondale, li deposita a riva, salvo poi riprenderseli, inghiottendoli nelle acque del tempo.
I versi seguono un andamento dinamico che rispecchia quello dell’onda e il lettore, come un surfista, segue lo slancio verso l’alto che “si inarca […] cercando l’infinito” per poi infrangersi sulla battigia, in un “respiro di schiuma”. Un accostamento di parole davvero ben riuscito. Si ritrovano, infatti, scelte espressive efficaci e belle immagini, come quella della tempesta-vita che “si placa nella luce”, che potrebbero trarre ulteriore forza, se usate in chiusura della strofa, senza indugiare in ulteriori aggettivazioni. Nel complesso una bella prova di scrittura per un giovane poeta.
Alice Serrao
Silenzio di un cuore spezzato
che urla di sofferenza
un eco di rimorso che si scioglie
nella brezza leggera.
Gli occhi,
un tempo offuscati dalla rabbia,
ora riflettono il cielo chiaro,
guardando scenari diversi
che avevano dimenticato
e che erano stati aggirati
Le parole,
che prima avevano distrutto
un ponte tra le persone
ora riempiono il burrone tra essi
Il tempo, complice gentile,
accarezza le ferite antiche,
e il perdono fiorisce,
come una primula in primavera
pronta a sbocciare.
Leonardo Fumagalli
Itis Cannizzaro – Rho - Classe 2ª
È la prima volta, dopo tanti anni, che commento una poesia dei giovani, non scrivendo “una parola né più né meno di quanto espresso nella poesia”. “Bellissime le parole del poeta” che prima distruggono una parte fra le persone e poi accarezzano le ferite e il perdono che fioriscono come una primula nella primavera che è pronta a sbocciare.
Piero Airaghi
Una città che non chiede di essere guardata,
che vive lontano dalle luci,
dove il cielo è spesso attraversato da fili,
da urla, da sogni sospesi.
I palazzi crescono come ferite,
uno sopra l’altro, senza chiedere permesso.
La bellezza non sta nei muri,
ma in ciò che li attraversa.
Nei bambini in attesa di un ritorno,
di sogni apparentemente irraggiungibili.
Di madri che, contano le monete,
a fine giornata.
È nei bambini che corrono tra spazi
troppo stretti per volare,
ma abbastanza grandi per immaginare.
Nei ragazzi che imparano presto
a riconoscere il bene dal rumore.
È nel paniere che sale lentamente,
legato a una corda e a una fiducia muta,
c’è più di pane e di spesa.
Tra quelle vele immobili,
che non prendono il mare insegnano
a resistere al vento,
vive una bellezza fatta di cemento.
Chiamate con parole sporche,
come se il male spegnesse ogni finestra accesa.
Da fuori solo un termine: camorra
usata come se spiegasse tutto,
come se bastasse a cancellare le persone.
L’ombra della camorra passa,
si allunga, si infila nei cortili,
ma non riesce a coprire tutto:
resta la vita.
Il pregiudizio guarda dall’alto,
senza vedere la vita che continua a nascere,
anche dove,
l’hanno già data per morta.
Alice Del Fiacco
Liceo L. Fontana – Arese - Classe 5ª
Questa poesia procede per sottrazione: il linguaggio si assottiglia fino a lambire una soglia pre-discorsiva, quasi tattile, in cui le parole smettono di spiegare e cominciano a sentire. Il “qui” iniziale non si limita a istituire lo spazio, ma espone il lettore a un’etica della prossimità non delegabile. La città che emerge è un corpo vivo, attraversato da segni che eccedono lo sguardo. I “palazzi come ferite” non sono semplici immagini, ma cicatrici di un tempo che rifiuta di essere pacificato, e insiste a farsi sentire sottopelle. Eppure è proprio nello scarto, appena percettibile, tra la materia stanca e chi la attraversa, che affiora una bellezza irriducibile alla rappresentazione, affidata ai gesti quotidiani: il paniere che sale, la moneta contata, i bambini che corrono. Qui la lingua mostra il proprio limite: alcune parole, logorate dall’uso, finiscono per tradire se stesse. Solo la poesia restituisce loro il peso che il discorso comune disperde. È un testo che non chiede consenso, e proprio per questo lo ottiene: perché spoglia la verità e la persuade a persistere, anche dove sembra voler solo svanire.
Mattia Pedota
E il vento così disperde le nostre voci,
mentre cantiamo inneggiando alla vita,
alla libertà e alla giustizia tradita,
mentre le note ci graffiano la gola feroci
finché solo la morte ci potrà confortare.
E la polvere silenzia le grida
di madri, mogli, figlie e sorelle,
che come infauste sentinelle
di terribili inumane sofferenze,
lentamente abbandonano la speranza.
E il muro sostiene le schiene stanche
di altri dieci, venti, cento usignoli
che guardando negli occhi i cacciatori
liberarli con bugiarda pietà crudele
sussurrano minacce dolci come miele.
Fratelli usignoli, continuate a cantare,
a testa alta infine trovate coraggio,
anche quando i colpi dei fucili infami
vi strapperanno l’aria dal petto
voi cantate, cantate, cantate.
Cantate vi prego, in ginocchio cantate:
il gelido inverno arriva alle nostre porte,
cantate vi prego, davanti al plotone
anche durante l’esecuzione
cantate, vi prego, non vi fermate.
E se muoio, fratello, continua a cantare,
e se muoio, cara madre, continua a cantare,
e se muoio, figlia mia, continua a cantare,
perché che cos’altro potreste fare? che cos’altro vi rimane
se non flebile voce, che il vento disperde?
Chiara Casari
Liceo Statale C. Rebora – Rho - Classe 4ª
Siamo creature fragili, indifese, vittime di scellerate ragioni che non devono, non possono, spegnere l’anelito di vita sintetizzato nel canto nobile e primordiale dell’usignolo. Riecheggia in questa poesia la drammaticità dei nostri tempi, ma conclude con una coraggiosa esortazione a tenere alto il canto della gioia, del diritto alla propria esistenza. Una risposta non violenta, non rassegnata quindi, alla prepotenza e al sopruso.
Massimo Botturi
Parole di sangue,
Parole affusolate come diamante.
Parole vischiose,
Parole schiumose.
Parole di rabbia e repressione,
di cieco odio e dannazione.
Parole sputate,
Conficcate,
Arpionate
Dentro il cuore.
Parole di dolore
Che bruciano con ardore.
Brutta!, e mi ammutolisco
Sciocca!, e mi rimpicciolisco
Grassa!, e tremo
Puttana!, e gemo
Egoista! Senza cuore! Obbrobrio!
ed io, muoio...
Ilaria Losa
Liceo E. Majorana – Rho - Classe 4ª
Poesia che denuncia con forza e lucidità il comportamento aggressivamente ripetuto da parte di chi si crede superiore contro chi è più debole sia psicologicamente che fisicamente.
Chi lo esercita lo fa con l’intenzionalità e la sistematicità di voler far male e ciò lo fa accostare ad un delinquente. Il bullismo non è uno scherzo fatto per riderci sopra, perché può portare i più deboli al suicidio.
Questa poesia ha il merito di schierarsi contro con parole chiare, capibili e convincenti che turbano, è vero, e ci fanno pure arrabbiare, ma hanno soprattutto lo scopo di invitarci a denunciare e a intervenire contro quei delinquenti che ne fanno un’arma violenta.
Adriano Molteni
Avevo un nome, una volta -più di
uno, a dire la verità- ma ormai
tu mi chiami solo nomi di cui
mai mi adornai, mai mi vantai.
Tu sei stato la mia via di fuga
e la mia prigione, odiato e amato,
né il sole né il fuoco asciuga
il segno dalle tue mani lasciato.
Io sarò la tua salvezza, io so come
finisce questa storia. Non provare a
opporti, non salverai nessuno.
Fino al giorno in cui il digiuno
diverrà fame -e quel giorno arriverà-
starò zitta e risponderò a ogni nome.
Stella Origgi
Liceo Statale C. Rebora – Rho - Classe 3ª
Questa poesia ribolle d'una intensità controllata, che serpeggia sotto la superficie in tutti i versi; la rabbia e la determinazione di Medea risuonano, ma lo fanno cupe nella mente della stessa. Ella riflette sul suo fato, sul suo desiderio di libertà che si delinea sempre più come la gabbia di un destino tragico. I molti punti presenti nel componimento delineano i versi come frutto d'una sintesi, che pare ripercorrere i punti cardine di un flusso di coscienza la cui intensità non è sopportabile senza razionalizzarlo, senza asciugarlo della follia che imperversa nelle azioni compiute, rendendolo una sorta di mantra, un memorandum di chi Medea è consapevole di essere. Sapientemente il poeta ci fornisce nel titolo la chiave di lettura del monologo, evitando così di dover richiamare la storia della coppia nel testo, cosa che avrebbe sicuramente distolto l'attenzione dalla forza dei sentimenti espressi, che rimangono dunque vividi a priori del mito. L'autore ha il merito di interpretare abilmente il sentire della figura mitologica, ma tramite dei versi che concedono diversi livelli di lettura, permettendo anche a chi ignora il mito la possibilità di farsi coinvolgere e ritrovarsi nelle parole di Medea.
Leo Caenazzo
Passi frettolosi riecheggiano in una foresta incontaminata. Petali e minuscole foglioline fluttuano qualche istante, prima di coricarsi leggiadre sugli steli d’erba.
Calpesto qualche altra innocua foglia prima di fermarmi. Mi guardo intorno mentre riempio i polmoni di quell’aria pulita che le città hanno scordato da epoche, incitando all’ossigeno di raggiungere in tempo il cervello, prima che la nebbia diventi più fitta. Per aiutare a sostituire il caos della mente con una lucidità che scordo, catturo le immagini nitide dell’ambiente circostante: alberi, che con la loro imponenza e maestosità ombreggiano la terra umida, permettono solo a pochi eletti raggi di bagnare le piccole creature che abitano i loro vuoti tronchi; in cima a ogni arbusto alcuni rami tendono verso il cielo, in preghiera, mentre altri agonizzano il contatto con l’albero amico.
“Beati voi, che avete le vostre personali frecce a indicare i vostri più profondi desideri”, penso, un po’ sorridente. “Anch’io vorrei sapere cosa desidero veramente”.
Il vento scompiglia qualche foglia, e in quel fruscio odo un “devi solo cercare”.
A quelle tre parole, che forse erano solo frutto di una psiche ancora scombussolata, chiudo di scatto gli occhi.
Per qualche attimo, tutto quello che mi attornia è il buio completo e troppi pensieri che tagliano la mia anima come burro.
“Respira!” Urlo per zittire quella folla di pensieri. Quando nulla cambia mi ripeto: “Inspira profondamente”.
Ci vogliono diverse ere prima che il corpo dia retta agli ordini impartiti e ancora più eternità perché il mondo torni a esistere.
Finalmente riesco a riascoltare l’orchestra organizzata dai variegati uccellini, sovrastando quel ruggente tum tum che il cuore suonava. La luce mi riporta la vista e quel senso di terrificante meraviglia che provo nell’osservare i colori che crea. Mentre sto assaporando deliziata la brezza che accarezza il volto stanco, le mani screpolate e le braccia scoperte, rifletto su come vorrei rimanere lì per un tempo che nessuno può designare: il Sempre.
E per solo un istante la folle idea di restare e non tornare sui propri passi mi attraversa lampante, accecando ogni altro assillo. E poi mi ricordo che non si può fermare il mondo, che tutto annega nel tempo, anche quella foresta, con le sue rigorose foglie primaverili, con i suoi tronchi imponenti, con i suoi accoglienti steli d’erba. Un masso si materializza sopra il diaframma, schiacciando lo scrigno che protegge il cuore: quella perfetta selva non è sempre stata così e non sarà per sempre così, ma soprattutto, non è per niente perfetta così.
Quando sento nuovamente di annegare, decido di guardare l’orologio, mezzo che illude la gente di poter controllare l’essenza più fluida di tutte. Fisso la forma tonda e infinita e noto che le lancette puntano l’ora di andarsene.
Osservo malinconica l’ambiente circostante, la catturo, e mi incammino verso il sentiero del terrore: la realtà.
Passo dopo passo trovo l’orlo di un precipizio ad accogliermi, dando spazio allo scenario di colossali catene montuose.
Il terrore del fascino di fare un temerario passo avanti nel vuoto, di saltare per spiccare il volo, mi attraversa fulmineo, prima che un battito di ali d’un uccello, mi distraesse e mi dicesse di correre lontano da lì.
Il mattino seguente la sveglia mi dà il buongiorno, e l’ora scritta sul display mi fa da allenatore per correre. Ci vogliono scarsi minuti prima che sia pronta e in macchina con i miei genitori e mia sorella maggiore.
Dopo pochi istanti la struttura a croce greca mi accoglie. Inspiro profondamente ed entro nel luogo più sicuro al mondo: la mia amatissima chiesa.
Appena annuso l’incenso e sento i lahn della messa, qualunque tormento che attanagliava la mia anima scappa.
Cammino lungo il corridoio che separa due corsie di panchine, e mi sistemo sulla prima a destra, per avere una migliore visione.
Mentre Abuna passa con il shoria per la chiesa, copro i capelli con una sciarpa raffigurante il martire San Girgis e inizio a pregare, ringraziando, supplicando, implorando.
A ogni parola formulata, a ogni dubbio espresso, a ogni tormento confidato in preghiera lacrime escono dagli occhi; e quando credo di essere arrivata al culmine della disperazione, ecco che qualcos’altro ricalca la mia angoscia.
“...Amen” Solo dopo aver pronunciato questa parola, ogni dolore si dissipa, come se non fosse mai esistito, e un senso di pace, di una leggerezza che non provo da nessun’altra parte mi riempie.
Tra diversi kyrie eleison, diverse preghiere e canti e dopo che Abuna, nostro prete, ci ha dato il Santo Corpo e Il Prezioso Sangue, la sensazione di tranquillità interiore aumenta.
“Andate in pace, la pace del Signore sia con voi” conclude solenne Abuna Bimen.
“E con il tuo spirito” fu la risposta corale dei fedeli.
Quando mi dirigo verso il bar per la colazione, trovo davanti a me Demiana, la mia migliore amica.
“Ma buongiornissimo” mi saluta lei con uno dei suoi abbracci da panda.
Ricambio il gesto d’affetto.
“Ehi, stringi meno, non vorrai mica soffocarmi” Lei rilascia la presa, ridendo. “Che posso farci, ci vediamo due volte a settimana” “Beh, se vuoi possiamo vederci oltre al sabato e la domenica in chiesa” “Ti ricordo che sono la prima a proporre uscite, Iustina, e tu la prima a rifiutare” Alzo un sopracciglio. “Non è mica colpa mia se scegli le giornate peggiori” “Sì, come no, per te ogni scusa è buona per non uscire, questa è la verità”, sbuffa lei.”Lasciamo stare, va’. Piuttosto, sai cosa mi è capitato ieri con la prof di storia?” Demiana cambia atteggiamento, tornando ad avere un tono vivace, e approfitta del tragitto dall’altare al bar per raccontarmi il suo epico venerdì sera.
“...E quindi lei mi ha detto che non poteva mettermi dieci perché ‘non esiste la perfezione’”, conclude lei provando a imitare la sua insegnante.
Io sbuffo irritata. Non era la prima volta che sentivo una baggianata simile “Ed ecco un’altra prova che il sistema scolastico è fallace” Amo la scuola, o meglio, amo conoscere, ma la maniera in cui l’istruzione viene organizzata è una delle cose che diminuisce la mia speranza nel genere umano; diverse volte devo ripetermi che il libero arbitrio significa anche la possibilità di scegliere le peggio cose.
Scuoto la testa, imponendo di non divagare con le onde alte che sono i miei pensieri.
“Comunque”, cambia argomento Demiana tutta eccitata, “indovina chi ha un’assurda sorpresa da rivelare?” Sorrido agitando il capo: tipico di Demiana avere una giornata sul quale si potrebbe girare un film. “Spara, che hai stavolta? Hai adottato un gatto randagio, oppure hai scoperto un cugino giapponese?” “Sempre ironica, eh? Anyways, ti ricordi l’esame per l’università di ingegneria che volevo fare?” La incito con un gesto casuale della mano. Lei allarga un sorriso luminoso e strilla: “l’ho fatto…e l’ho passato” Il mio cuore esplode per la pressione di emozioni, il corpo non sa se congelarsi o bruciarsi e, nel dubbio, si immobilizza.
La prima reazione, quella istintiva, è stata un urlo di gioia e congratulazioni, ribattezzando Demiana come “Futura Laureata”. Nel fondo del petto, però, si deposita un’odiosa sensazione di essere infiniti anni luce indietro a tutti. Decido di ignorare quel residuo amaro, quello stesso sapore in bocca con il quale mi sveglio ogni mattina, ricordando quanto poco ancora avessi fatto.
La colazione passa come ogni altro weekend, con io e Demiana che parliamo, mangiamo e aspettiamo impazienti che Kirollos ci chiami per catechismo, dove da lezione teologica o etica si trasforma in dibattito.
Mentre Kirollos risponde a un dubbio di Karas, i muscoli si rilassano, e quando Mark ironizza su una considerazione di Mariam, scoppio a ridere insieme agli altri, apertamente e senza vergogna; e, finita la lezione, con le mani tese in preghiera e il ‘Padre Nostro’ recitato da ognuno di quei ragazzi che conosco da sempre, la mia anima prende la sua giusta forma. “Sì”, penso con gli occhi chiusi.
“Qui so essere me stessa”.
Quando esco dalle porte della chiesa, controllo l’orologio e noto come la mezz’ora in più accordata con i miei genitori sia passata già da sette minuti.
Inizio a correre verso la macchina della mia famiglia, entro e mi scuso per il ritardo.
La giornata procede lenta e monotona, prima di trascinarci in una nuova settimana di nuove ansie e preoccupazioni.
Come ogni lunedì, mi sveglio mezz’ora dopo la sveglia, mi preparo con una velocità fulminea e mi dirigo verso la struttura verticale.
Appena entro in classe incontro Giulia, che mi racconta del suo weekend tranquillo, mentre io annuisco e cerco di non addormentarmi sul banco dal sonno.
A un commento di Aurora sui miei capelli più disordinati del solito, divento tesa e preoccupata di come potrebbero risultare i miei riccioli. La tensione e il calore dal disagio aumentano quando, a una battuta di Sofia, la mia risata è eccessivamente alta e il professore di inglese mi lancia un’occhiata.
Sei ore interminabili scorrono come miele e, nel momento stesso nel quale suona la campanella di fine lezione, cammino svelta verso l’uscita, accompagnata da Giulia. La accompagno verso la macchina di sua madre, prima di correre verso casa mia, dove depongo lo zaino. Lì, non aspetto molto prima di dirigermi lesta verso la foresta poco distante.
Corro, calpesto foglie, sgombro la mente di tutti i pensieri e ammiro quella natura che nessuna poesia avrebbe mai catturato limpidamente. Ogni mio passo agile e frettoloso mi riporta di nuovo lì, di fronte al precipizio e alle mostruose montagne colossali, che non avevo modo di oltrepassare.
Respiro a pieni polmoni e urlo alle montagne di abbassarsi, di essere meno rocciose e meno impossibili. Tiro fuori tutta la frustrazione, nel non poter fare quel passo, non poter prendere coraggio e saltare, non poter spiccare il vuoto.
Rimango lì, fin quando il cielo cambia sfumatura, fin quando non vedo le stelle, fin quando non fisso quella spolverata di bianco sull’universo e mi ricordo della vastità della galassia e della mia limitatezza e dei miei terrori.
Martina Shenouda
Scuola - Classe Xª
“Il coraggio di volare oltre il tempo” possiede una qualità rara: l’autenticità radicale di un punto di vista. Il racconto trasforma l’inquietudine adolescenziale in una meditazione quasi metafisica sul desiderio di appartenere a se stessi. La protagonista, sospesa tra l’intensità della fede e la quotidianità scolastica, tra il precipizio metaforico e la banalità del lunedì mattina, attraversa una dimensione emotiva in cui spiritualità, adolescenza e desiderio di identità convivono senza mai semplificarsi. Questa complessità non è decorativa ma strutturale: è la lente attraverso cui l'intera realtà narrata viene rifratta. Vi sono ancora margini di sviluppo nella tenuta del registro, che oscilla tra momenti di intensità lirica e passaggi più diaristici che disperdono la tensione accumulata. Ma è proprio in questo contrasto tra il sublime e il quotidiano, declinato anche sul piano del significante, che il racconto trova la sua energia più promettente. È una prosa che non cerca di impressionare con artifici, ma seduce lentamente attraverso vulnerabilità, genuinità e introspezione. E forse il vero volo evocato dal titolo non è verso il cielo, ma verso quella forma rara di libertà che emerge quando si trova finalmente il coraggio di abitare la propria anima.
Mattia Pedota
La luce fioca dell’abat-jour proiettava sui muri spogli le lunghe ombre del mobilio e delle suppellettili che spuntavano qua e là dai bui anfratti della credenza; nel mezzo del salotto si trovava un modesto tavolino in legno dove giaceva abbandonata una bottiglia di cedrata aperta e lasciata a metà, lì accanto su un divano consunto se ne stava rannicchiato un ragazzo dall’aria assorta. Egli allungò un braccio svogliato verso la bottiglia afferrandola fiaccamente, ne scrutò il contenuto con sguardo vacuo poi ne bevve un sorso e la riappoggiò facendo tintinnare sordamente il vetro contro il legno. Una cassa piena di cedrata riposava abbandonata nel frigo semivuoto in attesa di essere bevuta, a pensarci aveva cedrate sparse per tutta la casa che aspettavano trepidanti di essere finite.
In realtà non ne andava nemmeno matto, doveva aver preso l’abitudine da una sua vecchia amica di scuola con la quale soleva trascorrere interi pomeriggi. Lei col tempo era diventata un libro aperto, per ore lui era rimasto ad ascoltarla mentre parlava e via via aveva imparato a riconoscerne pregi e difetti, paure e pensieri tanto da essere in grado di comprenderne lo stato d’animo con un’occhiata. Pensava di essere un buon amico, d’altronde l’assecondava nei progetti, compensava le sue scelte impulsive con consigli ponderati e si offriva di aiutarla in tutto quello che le riusciva difficile o che la spossava particolarmente; dall’altra parte però si interrogava sulla loro amicizia perché in fondo non faceva altro che comportarsi come lei si aspettava che si comportasse.
Gli pareva di fingere di essere qualcun altro, fingeva senza nemmeno uno sforzo e la cosa gli faceva montar dentro una rabbia cieca e furiosa di cui finiva per vergognarsi nel momento stesso in cui ne prendeva consapevolezza. Fingeva in modo genuino, senza secondi fini né cattiveria, quindi in un certo senso non si poteva dire che mentisse ma nemmeno si poteva dire che fosse autentico. Il pensiero di star recitando gli faceva girare la testa. Si sentiva come nell’occhio di un ciclone: veniva trascinato inerme a destra e a manca senza aver modo di reagire mentre tutto intorno a lui vorticava furiosamente e lasciava dietro di sé una scia di tetra distruzione. Ormai si era levato il vento e si preannunciava una tempesta impetuosa, infatti come un lampo a ciel sereno fu colpito da una domanda semplice che aveva represso a lungo, inibito dalla paura: se per tutto questo tempo aveva recitato, allora chi era veramente? Sembrava semplice stabilire l’identità di una persona dall’esterno, soprattutto per uno abituato a prestare attenzione ai dettagli, ma improvvisamente riportare quell’analisi su sé stesso era un’irta impresa attraverso montagne scoscese; si rendeva conto solo in quel momento di come avesse passato la vita a comprendere e analizzare gli altri solo nel disperato tentativo di scoprire di avere in comune con loro anche solo una microscopica caratteristica che potesse in qualche modo definirlo. Una qualità, un difetto un qualunque aggettivo gli sarebbe bastato, ne era certo, eppure non trovava mai nulla che gli calzasse così a pennello da potersi guardare allo specchio con l’orgoglio di chi è consapevole del proprio valore. Sebbene si comportasse come se avesse già tutte le certezze del mondo tra le mani, era conscio che tutte le sue convinzioni si stavano lentamente sgretolando sotto l’occhio indagatrice della sua coscienza, e con esse sparivano anche le magre affinità che aveva trovato con la gente che lo circondava. Adesso però il bisogno di conoscersi era impellente e impossibile da trascurare, doveva trovare qualcosa che lo definisse come individuo. Se avesse avuto uno scopo da perseguire, una funzione a cui adempiere o addirittura un talento forse non avrebbe sentito quel vuoto che lo stava divorando da dentro. Una funzione, mediocre, in effetti l’aveva e consumava il suo tempo come il fuoco consuma la cera senza dargli alcun tipo di soddisfazione. Il talento era tutt’altra storia. Mille volte lo avevano lodato perché sapeva fare un po’ di tutto e lo sapeva fare bene eppure non eccelleva da nessuna parte, che ricordasse non era mai stato il migliore in nessun ambito… ma in fondo che importanza aveva? Perché non poteva accontentarsi della sua piccola mansione aziendale come facevano tutti gli altri? Impulsivamente si scagliava contro l’ambiente asettico, grigio e monotono che lo circondava, sfondo di quelle giornate spossanti che lo spremevano fino al midollo per ottenere chissà cosa. La qualità migliore per quelli come lui era la produttività: dovevi essere veloce ed efficiente; non serviva soffermarsi troppo a pensare al perché delle cose, bisognava completare ogni compito meccanicamente senza distrarsi. Era facile non doveva lamentarsene. Se avesse seguito queste direttive non si sarebbe mai trovato davanti questi dubbi tormentosi ma allo stesso tempo non si sarebbe mai reso conto di come aveva vissuto fino a quel momento. Si era lasciato trasportare dalle aspettative di una società che si concentrava sull’immediato e tralasciava invece l’essenza delle cose; era rimasto sopito per anni, cullato dal torpore dell’incoscienza, e adesso cercava disperatamente un’identità che non aveva mai costruito. Aveva passato i suoi anni migliori ad adattarsi alle proiezioni e alle richieste altrui senza chiedersi né se fossero giuste né quali potessero essere cause e conseguenze. Con queste riflessioni sentiva di rinascere come un individuo nuovo, pensante e disposto a cimentarsi nella ricerca di sé stesso: doveva piano piano liberarsi dall’influenza della società e dalla percezione che gli altri avevano di lui per raggiungere un centro solido a cui aggrapparsi. Non era uno stacanovista, non era uno dall’umorismo spiccato ma nemmeno un pacato introverso, non era altezzoso e allo stesso tempo non era docile. Uno dopo l’altro superava i giudizi altrui, strato dopo strato. Continuava imperterrito: non era un fallimento né un intelligentone, non irascibile, non apatico; si guardava dentro come si guarda in una matrioska.
Era proprio una matrioska, ogni strato ne conteneva uno nuovo, diverso, più piccolo e più difficile da aprire, e più scendeva in profondità più sentiva che la verità si avvicinava. Ecco che affioravano le prime convinzioni reali: nonostante avesse represso fino ad allora il suo vero io, sapeva di avere una coscienza zelante e appassionata, si rendeva conto di quanto ripugnasse l’idea di mentire per quieto vivere anche se in passato gli era capitato di doverlo fare.
Indubitabilmente stava acquisendo consapevolezza e stava riguardando al suo passato con occhio critico e indagatore, attento a individuare un barlume di personalità che lo accusasse del migliore dei crimini: essere umano. Ecco che comparivano le impronte sbiadite di un bambino sveglio, creativo e curioso; trapelavano tra i ricordi le parole pungenti di un adolescente che lentamente abbandonava i sogni infantili in cambio dello sguardo disilluso tipico dell’età adulta. Era arrivato al centro della sua matrioska, ora vedeva tutto il quadro; nella sua mente si dipingeva, lento e dettagliato, anche il ricordo che più aveva tentato di soffocare, quello che -ne era certo- faceva da spartiacque tra l’innocente speranza di un roseo futuro e la sua sciatta vita da automa. Non poteva raccontarlo, forse non sarebbe neanche riuscito a trovare le parole giuste, basti sapere che la memoria di quel giorno sarebbe rimasta indelebile nel suo cuore fino alla fine dei suoi giorni. Certo non sarebbe stato un singolo ricordo a fargli conoscere la sua essenza ma quantomeno la memoria aveva iniziato a fluire lasciando che emergessero ricordi e pensieri, finalmente vedeva uno spiraglio di luce, non c’era dubbio che si stesse avvicinando a trovare la verità. Un sorriso amaro gli incurvò gli angoli della bocca, la verità per lui era sempre stata causa di grande frustrazione. Più si scervellava cercando una verità assoluta più impazziva; anche ora che si sentiva così vicino a trovare sé stesso, lo divorava il pensiero che la sua identità in fondo potesse non essere reale. Bastava che uno soltanto negasse il suo pensiero e la sua convinzione sarebbe crollata su sé stessa provocando l’ennesimo dramma interiore: la visione che gli altri avevano di lui era diversa da quella che lui aveva di sé stesso? Se sì, quanto e perché? Forse la gente notava in lui cose che lui stesso non era in grado di vedere o forse lo fraintendevano del tutto. La verità poteva essere composta da tutti questi frammenti di interpretazione altrui e da nessuno di questi allo stesso tempo, perché ciascuno aveva una percezione propria, unica e incomprensibile ad ogni altro individuo. Era confortante e avvilente contemporaneamente il fatto che non esistesse una verità fissa e immutabile che valesse per ogni uomo, si liberava dalla minaccia della spada di Damocle che pesava sopra la sua testa ma al contempo realizzava quanta solitudine lo avrebbe circondato. Pensando a questa soffocante molteplicità di punti di vista, si rivestì delle impressioni e dei giudizi che aveva fatto così tanta fatica a scrollarsi di dosso, volente o nolente sarebbero stati parte di lui. La matrioska era di nuovo composta, piena e compatta con tutti i suoi strati; ora aveva imparato a conoscere il suo centro ma non poteva rinnegare quelle schegge che gli altri avevano aggiunto alla sua identità. Forse il bello del mondo era proprio quello: creare e crearsi vicendevolmente consapevoli dell’unicità di ognuno.
Beatrice Magnaghi
Liceo Statale C. Rebora – Rho - Classe 3^
La matrioska è un pretesto narrativo che l'autrice maneggia con una maturità stilistica non comune: la regressione per strati verso il nucleo identitario diventa una fenomenologia dell'io condotta con rigore, ma senza perdere delicatezza. La narrazione ricorda certi esercizi introspettivi di Musil o del primo Svevo, conservando la capacità di tenere la tensione psicologica senza lasciarla traboccare, di abitare il disagio interiore senza spettacolarizzarlo. Ciò che colpisce è che il protagonista non scivola mai nel patetico, nonostante la sua fragilità costitutiva. Lo sguardo narrativo mantiene una distanza lucida e insieme partecipe, come di chi osserva qualcuno con attenzione vera, senza la tentazione di giudicarlo né di consolarlo. Di rara profondità è l’intuizione conclusiva: l'identità non come conquista solitaria ma come costrutto che si forma nello spazio tra sé e l'altro, in quella zona liminare in cui il confine dell'io diventa permeabile. È una posizione filosoficamente sofisticata, e il fatto che emerga non da un trattato ma da una scena domestica con una bottiglia di cedrata dice molto sul talento dell'autrice nel far abitare le grandi idee nei piccoli gesti.
Mattia Pedota
A Sama non piaceva il rosso.
Il rosso le faceva paura. Magliette, muri, macchine, strade, Sama lo odiava con tutta la sua anima e, volente o nolente, non l’avrebbe mai superata.
Sama guardava fissa il piccolo schermo di un tablet, condiviso con altri venti bambini, fissava un vecchio uomo che parlava strano, i suoi amici lo prendevano in giro chiamandolo jaaff shamouti, ‘arancia secca’, e ridevano all’impazzata.
Solo lei era seria: gli occhi grandi, due olive dalle ciglia lunghe, si guardavano intorno annotando i volti preoccupati dei pochi adulti attorno a lei, le loro sopracciglia corrucciate, le mani tremanti che si stringevano nella più vana speranza, quella poca che ancora era rimasta. E ogni volta che Sama rivolgeva il suo sguardo allo schermo, la cravatta rossa che l’uomo teneva al collo pareva cercare proprio lei, sembrava prenderla in giro e provocarla; e ogni volta che Sama rivolgeva il suo sguardo allo schermo abbassava gli occhi e faceva un passo indietro, desiderosa di sprofondare tre metri nel terreno.
A Sama facevano male le ginocchia per tutto il tempo passato a guardare il monitor con altri venti bambini, seduti e accovacciati sul pavimento in muratura come meglio potevano: i lividi erano diventati viola, i pantaloni, fatti di lenzuola, si erano corrosi mille volte e mille e una erano stati rattoppati con ciò che si riusciva a trovare. Sama e i venti bambini avevano passato mesi davanti a quello schermo, a ridere, senza mai capire il motivo di quelle preghiere, senza mai sapere perché ai grandi piaceva tanto stare a guardare il jaaff shamouti con gli altri vecchi uomini, tutti sempre vestiti bene, in giacca e cravatta, nelle loro grandi sale decorate, sui loro grandi troni tappezzati di quel rosso che a Sama faceva paura. Tra i bimbi si diceva che fossero finti: che fossero personaggi di fantasia che vivevano in un mondo magico e inesistente in cui le persone avevano sempre bei vestiti vellutati e pasti caldi sulla tavola nelle loro grandi case private.
Ci si divertiva a inventarsi storie inverosimili sulla loro ricchezza e sul loro atteggiamento, sulle loro relazioni e sui loro amici, figli, genitori. Secondo i bimbi, facevano tutti parte di un’unica grande famiglia immaginaria, inventata dai grandi come fossero cartoni animati.
Fu solo dopo un paio d’ore che Sama decise di andare da sua sorella maggiore.
I bambini stavano tutti dormendo, tutti tranne lei, come al solito; camminò tra i corpi addormentati dei suoi amici. Parevano cinquantamila. Attraversò la piccola stanzetta in cui tutti si riunivano per mangiare. Sua sorella stava appendendo degli stracci bagnati fuori dalla finestra.
− Amal? − la vocina di Sama si fece sentire, tirando verso di lei la maglia della ragazza più grande per ottenere la sua attenzione.
− Sama, che ci fai qua? Dovresti dormire, come gli altri − − Perché quando parla lo shamouti pregate? − La sorella la guardò stranita e sorpresa. Aprì la bocca come per dire qualcosa ma esitò e si limitò a finire di strizzare i panni bagnati.
− Amal? − − Sama, sono domande da grandi, su, vai a dormire − − Ma non ci riesco − − E perché? − − Mi hanno dato una coperta rossa − Amal sospirò e si asciugò le mani sulla maglietta.
− Andiamo a cercare qualcos’altro con cui coprirti… − disse spingendola gentilmente ad uscire.
− Non mi piace il rosso − si lamentò la bimba.
− Lo so, tesoro…− − È brutto − intanto camminavano verso la stanza dei bambini di nuovo.
− È soggettivo − − E cosa significa? − − Che ogni bambino come te pensa una cosa diversa sul rosso − Amal rispose inginocchiandosi per guardare sotto una brandina.
− Ma è uguale al colore che c’era sui vestiti della mamma − Amal si tirò su tenendo un lenzuolo verde rattoppato con stracci blu. Alla frase della sorellina, fece un lungo sospiro e nascose gli occhi lucidi dietro la maschera di responsabilità che ogni giorno le gravava sul viso: − Me lo ricordo, Sama! − Quando si voltò, si rese conto del tono duro con cui le aveva risposto. La guardò, osservò attentamente gli occhi della tenerezza innocente che Sama portava in volto e le accarezzò i capelli gentilmente.
− Nemmeno a me piace il rosso − le baciò la fronte con dolcezza come faceva sempre la mamma e le diede la coperta − ti piace il verde? − Sama si limitò a scrollare le spalle.
− Il verde vuol dire speranza. Lo sapevi? − Sama scosse la testa.
− Ora lo sai. È per questo che noi grandi preghiamo. Perché ci dà speranza. E se abbiamo speranza… stiamo meglio − − E se ho speranza la guerra finisce? − − Si… si, Sama − sospirò Amal. Non aveva mai mentito così spudoratamente a sua sorella.
− E perché non è ancora finita se avete tutti speranza? − − Perché… non lo so, tesoro. Ma sperare ci fa stare meglio. Anche se non ferma le guerre − − Va bene…− rispose Sama con aria sconsolata e occhi tristi.
− Il mio nome vuol dire speranza − le disse Amal cercando di tirarla su di morale.
− Amal? − − Si, Amal − − E il mio cosa vuol dire? − − Mh… cielo mi pare… si, cielo. − Sama sorrise e disse: − il cielo è blu − − Si − le rispose la sorella.
− Quindi la coperta è verde e blu come te e me − Amal non riuscì a non sorridere commossa.
− Si è vero… non ci avevo proprio pensato. Vedi? È il destino − Sama sorrise e prese la coperta.
− Ora vai a dormire? − Con un abbraccio forte forte attorno al collo della sorella più grande, Sama ritornò tra i suoi amici e si mise sul pavimento a dormire con gli altri bambini, lasciando Amal alle sue faccende.
A Sama non piaceva il rosso.
Il rosso le faceva paura. Magliette, muri, macchine, strade, Sama lo odiava con tutta la sua anima e, volente o nolente, non l’avrebbe mai superata.
Eppure, un giorno Sama quasi si dimenticò della sua paura.
I bambini stavano tutti giocando, tutti tranne lei, come al solito; camminò tra i corpi sdraiati dei suoi amici, impegnati a colorare e giocare con le bambole di pezza. Parevano cinquantamila. Attraversò la piccola stanzetta in cui tutti si riunivano per mangiare. Sua sorella stava cercando qualcosa in giro mentre tossiva, doveva uscire, andare al mercato, voleva una sciarpa per il suo mal di gola.
− Sama, non ti piacerà − le aveva detto Amal con voce distratta − fidati di me, non ti piacerà. È noioso e dobbiamo camminare molto − ribadì mentre si metteva uno straccio abbandonato attorno al collo. Tuttavia, la piccola aveva insistito; con i suoi pantaloni rattoppati, si era infilata un paio di scarpe ormai tanto usurate da essere senza suola ed aveva seguito la sorella fino alla via principale, tra macerie e baracche improvvisate.
Non era una bella vista. Il paesaggio era grigio e l’aria piena di fumi e polveri che le facevano bruciare gli occhi. Si vedevano in giro donne singhiozzanti, ragazzini emaciati con i gomiti più grossi delle gambe, vestiti, macchiati di quel rosso duro e ruvido, abbandonati in mezzo alla strada senza nessuno che avesse il coraggio di raccoglierli.
Tra le polveri che coloravano l’aria, Sama e Amal percorsero lunghe distanze strizzando gli occhi perché non si irritassero e respirando piano al di sotto dei vestiti. Amal cedette la sua sciarpa alla bambina quando si accorse dei suoi deboli colpi di tosse.
− Respira attraverso questa − aveva detto sistemandola attorno al collo di Sama.
− Perché qui c’è più polvere? − − Non importa, tu non la respirare troppo, okay? − − Ma sono curiosa...− Amal sospirò accovacciandosi davanti alla piccola.
− Non lo so, Sama. Forse è il mercato che la tira su − − Perché, con tutto il cibo del mercato, noi abbiamo così poco da mangiare? − − Perché se lo metti vicino alla quantità di persone che vogliono mangiare, il mercato sembra piccolo − spiegò con eccessiva semplicità Amal.
Sama la osservava confusa.
− Ma una volta al mercato c’era abbastanza cibo per tutti... dov’è finito tutto quello? − Amal la guardò con occhi tendenti alla tristezza. Come poteva spiegare cosa fosse successo ad una bambina quando nemmeno gli adulti lo comprendevano appieno? − Sama, non sempre ho le risposte alle tue domande. E mi dispiace... vorrei tanto averle anche io − le accarezzò la guancia morbida con la stessa delicatezza con cui si accarezza una rosa fiorente − ma tu non smettere mai di farti domande.
Pensa con la tua testa e sii sempre curiosa. Un giorno troverai le risposte − − Dove? − − Lo saprai quando sarà il moment− sorrise Amal − hai capito? − Sama si limitò a sorridere e annuire subito prima che le due riprendessero a camminare.
Amal teneva Sama stretta a sé poggiandole una mano sulla spalla fragile e ossuta.
Nonostante la vista raccapricciante della loro amata terra, distrutta crepe vuote che affondavano in profondità, gli occhi verdi di Sama, tra tutte le cose che avrebbero potuto notare, si fermarono su un gruppetto di ragazzi poco più grandi di lei: stavano ridendo. Saltavano una vecchia corda rovinata, recuperata in qualche mucchio di macerie, due ragazzi alti tenevano gli estremi e la facevano girare mentre tre o quattro ragazzine facevano a turno per saltarci dentro.
Inciampavano, cadevano, ridevano. Scrollavano la terra arida dalle ginocchia sbucciate e riprendevano a saltare tra gli edifici crollati.
− Voglio giocare! − Sama li indicò tirando la maglia della sorella più grande − noi non giochiamo mai...− Non passò molto tempo prima che Amal acconsentisse.
Così Sama giocò: si fece avanti con i più grandi e saltò la corda con loro, inciampando, cadendo, ridendo.
Al mercato trovò un paio di pantaloni felpati che la sorella le regalò; Amal vide una sciarpa pesante e grazie agli occhi dolci di Sama non la dovettero neanche pagare; infine, per qualche fortunata coincidenza riuscirono a trovare del Maftoul, un cous cous di verdure che a Sama piaceva più di qualunque altra cosa.
Tornarono con calma nella loro piccola casetta e festeggiarono il venerdì tutti insieme cantando e ballando. Umar, un amico di Amal, suonò le percussioni su una vecchia sedia di legno e insegnò a Sama uno dei ritmi più semplici.
− Porto onore al mio nome − aveva gridato con il più grande sorriso mai visto, prima di canticchiare un vecchio inno alla vita. Tutti sapevano il significato del suo nome, ne andava incredibilmente fiero: il padre era come lui, allegro e ottimista. Voleva che il figlio crescesse sano e felice e per questo aveva scelto un nome che voleva dire proprio ‘lunga vita’. Il padre di Umar lo aveva educato alla musica e alla vitalità perché credeva fossero gli ingredienti della ricetta per una vita longeva e felice. ‘Qualunque cosa succeda, canta e il mondo si colorerà di sorrisi’ gli diceva sempre quando era bambino. E Umar lo aveva ascoltato. Così divenne il cantore della casa. Riempiva il silenzio assordante di risate e melodie, cantava ogni sera una vecchia ninnananna tradizionale perché i bambini si addormentassero serenamente. E non smetteva mai di sorridere.
I bambini stavano tutti attenti, tutti tranne lei, come al solito; camminò tra i suoi amici seduti e attraversò la piccola stanzetta in cui tutti si erano riuniti per mangiare. Sua sorella era seduta per terra di fianco a Umar, lo osservava con occhi dolci.
Sama l’aveva sempre guardato con occhi affascinati e guance rosse dall’emozione, era estasiata dalla sempre presente gioia sul suo volto e nei suoi atteggiamenti e cercava in ogni modo di replicarlo pur non riuscendo sempre ad essere felice. Quel giorno, però, Sama lo era. Cantando e battendo le mani sulla sedia, seduta selle ginocchia di Umar, Sama era felice. Così felice che non si rese conto che Umar indossava una maglietta rossa.
A Sama non piaceva il rosso.
Il rosso le faceva paura. Magliette, muri, macchine, strade. Sama lo odiava con tutta la sua anima e, volente o nolente, non avrebbe mai superato questa sua grande paura. Mai.
Sama era sdraiata sulla sua brandina insieme ad Amal. Sorrideva al suono della voce di Umar che cantava una ninnananna e, nella felicità spensierata che qualunque bambina dovrebbe avere, si addormentava nelle braccia della sorella.
Poi fece un sogno, un sogno strano e annebbiato che Sama non riusciva a comprendere, di cui riconobbe due cose: il rosso e la sirena.
D’improvviso un boato la svegliò, la terra le tremava sotto i piedi mentre Amal la trascinava in una stanza più protetta, attenta a non essere travolta dalla fiumana di persone che cercavano di precipitarsi in un posto sicuro il prima possibile. Una morsa di terrore strinse la gola di Sama quando vide la sorella allontanarsi tra i residui di calce che crollavano dal soffitto per portare in salvo gli altri bambini.
− Amal! Amal! − gridava disperata accorgendosi solo in quel momento di ciò che stava succedendo.
− Sama… Sama, ci sono io − Sama sentì la voce di Umar dietro di lei, la dolcezza con cui fino a poche ore fa stava cantando per addormentarla trasformata in panico e paura, ma quando si voltò con gli occhi rossi e la gola stretta, Sama vide la mezzaluna bianca di un sorriso. Persino allora Umar le sorrideva stringendola a sé e pregando sottovoce, con le lacrime agli occhi, che Amal tornasse in fretta.
− Andrà tutto bene… credimi, andrà bene… ce la faremo, okay? − Sama singhiozzava terribilmente, si sentiva soffocare e tossiva fino a lacerarsi la gola, affondando le unghie nelle braccia di Umar. Si dimenava e scalciava, fino a che non riuscì a liberarsi dalla stretta del ragazzo che cercava freneticamente di aprire una finestra per far uscire il fumo: parte della casetta aveva preso fuoco, intorno a loro le fiamme rosse inghiottivano qualunque cosa si trovassero davanti e surriscaldavano la stanza, riempiendola di un calore asfissiante che inondava l’aria con un pesante odore bruciato.
− Sama! − Umar gridava rincorrendola nella folla − Sama, torna qui! − Sama correva tra le persone scossa dal pianto e spaventata. Improvvisamente si trovò circondata: ovunque si voltasse vedeva rosso, un forte, accecante, scottante rosso. I suoi occhi cercavano Amal ma il riflesso del fuoco la abbacinava, il fumo tossico la soffocava e le faceva girare la testa; nel caos dei crolli e tra le urla dei suoi coetanei Sama si perse tra le fiamme, completamente accerchiata dal rosso.
Per qualche secondo smise di pensare. Il suo cervello si spense e non si accorse di essere crollata a terra.
Vide solo rosso. Sentì solo un fischio.
Vide Amal sdraiata dietro un muro. Sentì le risate della sera prima.
E poi vide Umar. Sfinito, affannato, sanguinante. Le correva incontro con una foga mai vista prima, la sollevò nello stesso modo in cui prendeva la sua chitarra di legno durante un’esibizione e gridò, con la stessa voce con cui gridava i suoi inni alla vita.
Un boato. Il più forte che Sama avesse mai sentito.
Poi il rosso.
Sama aprì gli occhi ed improvvisamente era giorno. Era tutto finito. Era tutto finito e sarebbero tornati alla normalità.
Sama, però, non si muoveva. Stava ancora piangendo dalla paura, le sue gambe erano come i rami morti degli alberi che vedeva per strada. La sua maglietta bianca era diventata rossa.
− Umar? − gemette a voce bassa.
− Umar...− Con la vista annebbiata e le guance rosse, stavolta non per l’emozione, ma per le ferite, si trascinò verso sua sorella.
Di bambini non se ne vedevano più così tanti. Di quelli che c’erano alcuni piangevano, altri erano in un silenzio spaventoso e inespressivo nonostante gli occhi aperti sul volto.
Tutti erano distesi sul pavimento. Tutti tranne lei, come al solito; camminò tra i corpi immobili dei suoi amici, nessuno esente dal rosso che aveva macchiato anche lei. Parevano cinquantamila. Attraversò la piccola stanzetta in cui non si sarebbero più riuniti per mangiare. Sua sorella era distesa come gli altri, sdraiata sulla schiena con la testa appoggiata da un lato, sguardo basso e occhi appena aperti, il rosso le macchiava le gambe, la pancia, il petto.
− Amal! − piangeva Sama lasciandosi cadere di fianco alla sorella confusa dall’indistinta nube di terra e polveri che le circondava.
− Sama…? − la voce di Amal era debole e appena presente. Non mosse la testa, paralizzata, forse dal dolore, forse dalla paura, ma mosse una mano tremante verso la sorella − vieni qui… fatti vedere…− aggiunse con voce tremante.
− Non mi riesco a muovere − Sama gridava invece.
− Sama…− sussurrò Amal con gli occhi pieni di lacrime.
− È tutto rosso! È tutto rosso, non capisco niente! − le urla spaventate di Sama laceravano l’aria e la macchiavano di sangue assassino.
Amal la stringeva sul suo petto accarezzandole i capelli con l’unico braccio che riusciva a muovere e cantava una preghiera tra le lacrime.
− Umar non si sveglia… Amal, non si sveglia! − − Stai tranquilla, Sama… andrà tutto bene, stai tranquilla…− Lacrime acri scendevano lungo le guance di Amal mentre cercava disperatamente di tranquillizzare la piccola Sama.
Cantava una preghiera, una preghiera sulla morte: pregava per l’anima della sua sorellina, perché sapeva esattamente cosa sarebbe successo. La guardava con tenerezza, una tenerezza tinta di colpa e di vendetta, di rabbia e di angoscia.
− Respira Sama, va tutto bene…− Sama si era calmata, forse troppo. Invece di gridare e stringere le braccia di Amal, gemeva silenziosa e le sue piccole mani si erano rilassate all’improvviso.
La terra respirava sangue e morte. L’aria gravava sulle due giovani come piombo.
− Enti Omri, Sama… ti amo…− la voce di Amal si spezzò nella frase quando iniziò a singhiozzare.
A Sama non piaceva il rosso.
Il rosso le faceva paura. La sua maglietta, i muri della casetta, le macchine distrutte, il sangue nelle strade.
Sama lo odiava con tutta la sua anima.
E morì senza mai superarla.
Morì sul petto della sorella.
Morì tra boati, con un fischio nelle orecchie.
Morì ad occhi aperti.
Tutto rosso.
Asia Citelli
Liceo Statale C. Rebora – Rho - Classe 3^
Straziante racconto che impone alla nostra attenzione, per l’ennesima volta, la brutalità dei conflitti. E di come le statistiche confermino ogni giorno che le vittime civili superano ormai quelle degli eserciti; e all’interno di questo orribile dato, il numero dei bambini. Vittime due volte, per i traumi che porteranno in dote pur sopravvissuti, per l’indigenza in cui sono costretti a vivere, per il mare di corpi straziati che hanno come orizzonte. Bambini a cui viene negato il diritto fondamentale alla vita, alla felicità, al futuro. Bambini che spesso non hanno visto altro nella loro breve esistenza che distruzione e miseria. Bambini che nonostante tutto cedono al loro istinto di giocare, con nulla, con macerie, con sogni. Una condanna netta, definitiva, implacabile della barbarie che la nostra civiltà chiama geopolitica.
Massimo Botturi
Una stella all’orizzonte mi saluta. Mi guarda e mi chiama a sé. Sussurra il mio nome. Un mondo ci separa, eppure chiaramente vedo la strada che mi condurrà da lei: è fredda e innevata, è arida e consumata, un mare l’attraversa, una tempesta su di lei imperversa… ma fiori crescono lungo tutto il cammino; dolci ed eleganti, ondeggiano cullati dal vento, mentre l’erba, tenera li accarezza.
È il principio di una notte senza stelle e lei luccica lontana: è lo sfavillio di uno sguardo vivace, la scintilla di un animo brio. Ho bisogno di un suo abbraccio, sotto i miei piedi è ancora troppo spesso il ghiaccio. Voltati, o stella, avvicinati e sfiorami con i tuoi raggi. Perdona l’audacia, permettimi di sognare la primavera.
A tentoni procedo lungo il terreno: attendo che il suolo si scaldi, diventi morbido, si sciolga sotto il mio peso e mi accolga in un manto fiorito. Coglierei una rosa e te la porgerei, di gelsomini una ghirlanda vorrei comporre. Io girasole che non sono altro, non sono fatto per questa sabbia bianca: è morbida la neve, ma il freddo mi congela. Arranco in questo inverno, guidato solo dalla mia stella, che brilla lontana nel cielo, ma non mi scalda. È bianca come la Luna, schermata dalle nuvole in cielo, sembra un disco vuoto, piatto, ma io mi muovo verso di lei, verso l’orizzonte: la incontrerò un mattino di primavera e lei, prendendomi per mano, mi accompagnerà verso l’estate.
Nel mentre il cielo piano piano rischiara e io mi trovo su un suolo nuovo: è ancora bianco, ma la neve è più sciolta, e un po’ più avanti, in fondo in fondo alla mia visuale, mi sembra di scorgere una foresta; gli alberi sono piccoli piccoli, poco più alti di un centimetro, eppure li vedo, mi danno speranza, sono un tocco di colore in questa tavolozza bianca.
Il mondo intorno a me è candido e felice: mi trovo dentro un sorriso, ne odo perfino il riso. O melodia dei cieli, è questa la colonna sonora del paradiso? Vorrei scriverci su una canzone e inciderci sopra il suo nome; la suonerei fino allo sfinimento, sul mio violino è meglio che io non ci appoggi proprio il mento.
Forse dovrei assumere un’orchestra, ma no, ogni nota sarebbe comunque troppo mesta.
È come ascoltare il canto di una sirena, un’eco che cavalcando le onde del vento arriva persino a me, e mi ammalia con la sua magia, mi avvelena con il suo miele.
Non è all’abisso che mi conduce, mi riserva invece un posto in paradiso, di fianco alla luna, la quale dolcemente inizia a impallidire e mi cede a poco a poco il passo: quanto io più avanzo lei scompare.
Davanti a me la pianura è lunga, ma degli alberi inizio a scorgere le foglie, se allungo la mano mi sembra quasi di toccarle. Paiono morbide e delicate, poggiano gentili l’una sull’altra e mentre cauto mi addentro nella foresta, mi assale il desiderio di accarezzarle. É un sogno proibito, una fantasia che illuso mi concedo: solo il vento le suddette ha il privilegio di sfiorare. Io lo guardo geloso, anelo all’istante in cui il mio corpo si farà leggero, le mie dita sospiri fugaci.
Cenere e aria mi renderà quest’ardere e solo allora potrò rendere reale questo mio vaneggiar frugale. Mi limito ora all’ascolto, all’osservar nascosto: confabulo con quel vento fortunato, che gentile mi svela il suo nome. Sobbalzo di fronte a tanto dolci parole: Zefiro si è chiamato e quasi non credo a quel nome svelato. Mi avvicino, lui si ripete in un sussurro e mi par di sentire un cinguettar remoto.
Sogno, m’inganno: era un’eco lontana. Lui scappa via e io lo rincorro, fischiettando scivola tra gli alberi e io disperato l’inseguo. Abbandono il sentiero, mi addentro nel fitto della foresta e la strada si fa insidiosa.
Cado, inciampo su una radice e il mio corpo pesante colpisce rovinosamente il terreno. Atterro su un suolo che scopro essere bagnato; le mie mani affondano nel fango e guardando il cielo vengo accecato da due pesanti gocce di pioggia. Ci vuole un istante perché la tempesta si scateni e in men che non si dica sono prigioniero di un vento feroce. Dal cielo cade acqua violenta e fatico a rialzarmi.
Arranco scalando il suolo come fosse una montagna e a rilento procedo tornando sui miei passi. Giunto di nuovo al mio sentiero, lo scopro trasformato in un fiume che scorre impetuoso.
Il rumore dell’acqua, davanti, sopra, intorno a me, mi schiaccia, mi entra dentro ed è come se quelle onde si stessero infrangendo sui miei stessi timpani. Il vento mi spinge oltre la riva e cado in balia della corrente. Non respiro, affogo, sono trasportato da una forza che non conosco. Sono in tempesta dentro e fuori, non trovo la mia stella, ho perso il mio Sole e improvvisamente ogni cosa si fa fredda e vengo circondato dalle tenebre più scure. Ho paura, c’è solo il buio a farmi compagnia. Perdo la vista, la mia pelle si ghiaccia.
Come se nulla fosse, in un batter di ciglia è tornata la notte e tremo, spaventato e solo; niente mi resta se non l’abbandonarmi a questa forza ignota, confido che lei sola saprà condurmi al mio mattino, quindi cedo e stanco soggiaccio alla sua ignota volontà.
Torna la luce: mi risveglio. Nell’istante in cui riapro gli occhi vengo inghiottito da un celeste profondo. Per un attimo ancora percepisco la morsa ostinata dell’acqua e penso di soffocare, ma un’aria tiepida e dolce mi scivola invece nei polmoni. Ha un sapore fiorito, un gusto di miele e un leggero brusio aleggia vicino il mio orecchio. Inspiro l’aria pregna di quell’odor celestiale ed è come se fin ora non avessi mai imparato davvero a respirare. Un ossigeno nuovo scorre nelle mie vene, è come se il mondo improvvisamente avesse cambiato atmosfera, pare più profonda, più pulita e con gli occhi torno a scrutare quell’infinito blu che mi sovrasta.
È il mare di uno sguardo in cui ora mi sarebbe dolce annegare; quasi le vedo, le sue onde gentili, lente scorrono e vivaci sfavillano. Luccicano più di un cielo punteggiato ed è la mia stella a dar loro la vita. Oh, come si lieta mi appare la vista della mia prediletta, brilla solitaria nel ciel di mezzogiorno e finalmente mi accoglie, mi scalda e mi cosparge del suo tenero fervore. Lascio che i suoi raggi mi carezzino il volto e intanto sollevo il mio corpo. Percorro con gli occhi l’orizzonte e non esiste direzione verso campo morto. Fiori. E ancora fiori. Solo fiori mi attorniano.
Migliaia di variopinte corolle ondeggiano cullate dal vento; ridono i prati, sussurrano le api: è tornato Zefiro, mi sento in un racconto epico.
Dalla più bella primavera il mio risveglio è stato accolto, ma è tempo che il mio viaggio raggiunga ora il suo porto. Ritrovo il sentiero, riprendo il cammino: passeggio beato verso il mio destino. Saltellando vengo dalla campagna, lieto rido della mia fortuna; e mentre il cielo sereno avvampa il terreno sotto i miei piedi presto si sfalda. Guardo il tramonto: è un fuoco suadente, è dello stesso colore del mio cuore ardente. Un nuovo orizzonte si spiana d’improvviso al mio fronte: una pianura di mare all’istante compare ed eccola, la mia stella, che brilla riflessa! Mi sorride e mi saluta, alle mie spalle scende e mi grida una promessa: ci incontreremo il prossimo mattino, sii pronto, si compie il tuo cammino! Una sabbia morbida ora mi accoglie, è ruvida e rovente, ma io quasi non la noto: è il mare che mi attende.
L’acqua è termale e la Luna da lei compare. Nuoto, in fretta abbandono la costa e presto l’orizzonte sparisce nel cielo. Il mio corpo si fonde con queste onde, si scalda e si scioglie privo di forme. Nelle mie vene liquido scorre il fuoco e nei polmoni l’ossigeno si fa poco.
Fitta la nebbia mi circonda: son tentato di scappare, ma anche troppo determinato ad amare. Evaporo insieme all’acqua in cui sono accolto e spero che per il mattutino albor il tempo sia ormai corto. L’oceano attorno a me arde, prende fuoco; a lui ormai appartengo e in questo gesto mi condono.
Ho oltrepassato l’orizzonte, ho raggiunto la mia meta. Cado nel vuoto per un solo istante, ma atterro sul mio Sole, che non è più cosi distante. Il mio corpo si adagia sul suo, in lei mi sciolgo e mi abbandono: seco arde a me di fronte e lenta si sporge di sua sponte.
Abbracciato dalle sue fiamme, il mio corpo si annulla e il mio spirito si accende.
Così per la prima volta brucio d’amor.
E muoio, con il suo bacio sulle mie labbra inciso.
Anastasia Bezhenar
IISS B. Russell – Garbagnate Mil. - Classe 4ª
Il cielo per illuminarsi, la terra che sporca e scalda, il mare che pulisce... Questo racconto è un volo pindarico nel senso che passa velocemente da un tema all’altro, ma anche di stili di scrittura. Infatti notiamo periodi “di dolce stil nuovo”, altri periodi costruiti in forma simil poetica ed altri un poco troppo ridondanti. Ciò coinvolge certamente la curiosità del lettore, ma a volte lo affatica nel seguire la bussola del racconto. Forse chi scrive parla alla sua anima indecisa che vaga tra cielo, mare e terra per cercare di convincersi a cedere a quell’accendersi dentro del desiderio. Forse è insicurezza, ma a volte è semplicemente voglia di stupire.
L’ultima parte addolcisce l’intero racconto e tocca le corde dell’emozione e dell’appagamento della fantasia.
Adriano Molteni
