Ed eccoci a una nuova edizione del Calendimaggio, concorso che porta con sé la bellezza del mettersi in gioco provando a dare forma scritta ai propri pensieri e alle proprie emozioni. Credo che questa iniziativa, che si ripete con successo da tanti anni, assuma oggi una valenza ancora più significativa: in tempi in cui dominano le tecnologie, i chat bot che usano l’intelligenza artificiale per generare testi, e i social network, in cui la rapidità nel mettere un like spinge a valutare troppo rapidamente ogni cosa, prendersi spazi e tempi per liberare quel che si prova nel più profondo, per trovare in se stessi le giuste parole per esprimersi, è qualcosa che ci fa sentire più persone e meno automi.
La scrittura ha un valore eccezionale nella crescita delle nuove generazioni: riscoprire l’amore per le storie da raccontare come abili romanzieri, per i versi da tratteggiare come poeti sensibili di fronte ai cambiamenti del nostro tempo e del nostro pianeta, per la possibilità di mettere nero su bianco quel che scoppia nel cuore, ci rende più umani. Offrire ai ragazzi un modo per dar voce alle loro sensazioni è un dono notevole e Calendimaggio lo ripete ancora una volta. Chi ha partecipato ha saputo ancora una volta essere attento alle cronache, ai drammi che si ripetono, alle spinte interiori.
Spero che scrivere, con pazienza per limare ogni concetto, permetta di riscoprire la bellezza di “perdere tempo” per sé stessi e di cogliere l’incanto anche delle “piccole cose” che rendono grandi le nostre emozioni. Che è anche un modo per diventare migliori, osservatori sensibili del mondo che vi circonda, delle persone e dei loro sentimenti e più capaci di rapportarsi con gli altri.
Dalle pagine che sfoglio trasuda vita vissuta, una vita che i ragazzi devono ancora scoprire, con tutte le sue sfumature. Come amministratore pubblico, confido in questa loro capacità di scrittura: un modo per incidere sulla realtà attraverso le proprie emozioni e la propria sensibilità’ nel saperle comunicare agli altri. Un tesoro da salvaguardare.
Maria Rita Vergani Vicesindaco di Rho
Alice Serrao
Alice Serrao, poeta e critico letterario, insegna italiano e latino al Liceo. Ha pubblicato due raccolte di poesia: “Linea di Cattedra” (Samuele, 2021) e “A piene mani” (La Vita Felice, 2016). Sue poesie sono apparse sulle riviste “La Mosca di Milano” e “Le Voci della Luna”. Ha condotto una rubrica di poesia per Radio Missione. Collabora con la rivista “Atelier” e cura il blog “Fiori di porpora” su cui è possibile seguire la sua attività letteraria.
Piero Airaghi
Diplomato all'Accademia delle Belle Arti di Brera, organizzatore e animatore di iniziative culturali nel territorio, è fondatore del Premio Nazionale di Pittura Il Pomero, ed è stato insignito del premio "Ambrogino d'oro" dal Comune di Milano.
Massimo Botturi
Massimo Botturi, nato il 31 di marzo del 1960, a Rho. Sposato, con due figli, ha lavorato con diversi ruoli in società commerciali. Appassionato di poesia, letteratura e musica; ha fatto della scrittura la sua palestra quotidiana. Attivo in rete dal 2000, Ha pubblicato sei sillogi di poesia, un ebook, e un racconto breve in un’antologia. È membro del laboratorio di comunità “Leggi che ti passa” e socio dell’associazione “Fare diversamente” ente del terzo settore.
Leo Caenazzo
È stato premiato diverse volte al Calendimaggio. Su commissione dell’ANPI tramite la scuola, ha dipinto, e poi realizzato con i compagni, il monumento della libertà di Arese per il 25 Aprile.
Adriano Molteni
Scrittore e poeta premiato in Italia e all'estero per le sue opere, membro di giuria di premi nazionali. Ha pubblicato numerosi libri tra i quali ”un partigiano chiamato Balilla”, “un eros incerto e scontento”, “Giovanni De Raude”, “l’asino e il profeta”, La sua ultima recente fatica è un libro di poesie intitolato “il gioco dell’infinito”.
Mattia Pedota
Mattia Pedota è docente universitario di Economia e Management dell’Innovazione presso il Politecnico di Milano. I suoi lavori sono stati pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche internazionali del settore, per alcune delle quali ricopre anche il ruolo di revisore ed editore su invito. Pluripremiato per l’eccellenza nella ricerca, è considerato uno dei giovani studiosi più affermati a livello internazionale sul tema del rapporto tra intelligenza artificiale, creatività umana e innovazione.
Francesco Piscitello
Già medico, primario cardiologo ospedaliero a Milano dove è nato, è autore di numerose raccolte di versi in dialetto milanese e in lingua; ha ricevuto vari premi tra cui “Medico-Europa 2000” e “Ada Negri” edizione 2010. Nella narrativa è autore di “Un fiume che non trova il mare”, racconti di viaggio e il romanzo “Storia di un adulterio”. L’apostolo traditore” è un dramma in due atti vincitore del premio internazionale “Aldo e Amelia Rosselli Memorial Award”. “Dalla Savana alla metropoli” è un contributo al saggio sul Realismo Terminale di Guido Oldani. Ha curato gli atti del convegno di poesia “Tradizione e ricerca” (2003) e ha svolto attività giornalistica come redattore della rivista culturale “Eos” e come collaboratore del periodico di cultura e costume “Odissea”.
Sparse tra il cielo e la terra
Tra il silenzio delle campagne e il rumore delle città
Dalle mie labbra e dalle tue
Sono lame a doppio taglio
Sottolineate e cancellate
Pensate o pronunciate
Ricordate e dimenticate
Sottintese o espresse
Promesse e giurate
Dirette o tra la gente passate
Urlate e sussurrate
Genuine o forzate
Cerotti e pugnalate
Con loro uccido quando mi arrabbio, lo ammetto
E con il rimorso poi sprofondo nel letto
I cuori più puri trafiggevo
E giurai di farlo meno
Ma poi i ruoli annegarono e rinacquero
Il mio cuore divenne fragile come vetro
Si ruppe e i miei pezzi che ancora cerco
Non esiste più quella lama sguainata
Rimane soltanto una ragazza rovinata
A tutte le parole che ho detto e ancora dirò
A tutte le preghiere che ho recitato e che reciterò
A tutte le parole che dirò al momento e quelle che penserò
A tutte le poesie che ancora scriverò
Per Favore, fa che usi le parole giuste
Marta Santini
Scuola Media San Carlo - Rho - Classe 3^
In questi versi il linguaggio non è semplice mezzo, ma protagonista tragico, oggetto e soggetto di un conflitto interiore che si snoda tra colpa e catarsi. La giovane poetessa costruisce una liturgia della parola, una sequenza di accostamenti binari che restituiscono un universo etico ed emotivo fratturato, ma ancora in cerca di senso. Particolarmente raffinata è l’alternanza nelle congiunzioni, un’oscillazione strutturale che mima quella interiore dell’io poetico, diviso tra confessione e resistenza, rimorso e invocazione. Le coppie di termini diventano tasselli di un codice emotivo privato ma universalizzabile, mentre la lingua si fa atto etico, gesto che colpisce o consola. La chiusa non conclude ma rilancia, disegnando una tensione verso l’avvenire che è al contempo desiderio di riparazione e dichiarazione d’intenti. È raro, anche tra penne affermate, trovare una voce capace di trattare la parola con tale maturità e incisività.
Mattia Pedota
In un cielo di fumo e silenzio,
si spegnevano vite come candele al vento,
tra filo spinato e urla piene d’angoscia,
la dignità era cenere dispersa.
Occhi spalancati dal terrore,
mani tremanti cercavano la luce,
e cuori che battevano adagio.
Nei campi di buio e dell’oblio,
un nome diventava un numero,
una persona un’ombra,
i sogni si spezzavano.
E con il tempo l’umanità si dissolveva,
in un “ABISSO” che ci separava.
E noi figli di un’epoca silenziosa,
possiamo solo immaginare,
ma non sentire quel gelo nell’anima,
e nemmeno provare quel peso
di paura e silenzio.
Noi ricordiamo,
affinché la memoria possa
illuminare il buio,
e impedire che il silenzio
diventi di nuovo complice.
Giorgia Dimaglie
IC E. Franceschini - Rho - Classe 3^
Il rischio della retorica, affrontando l’argomento Olocausto, è all’ordine del giorno. Non in questo caso, qui è l’insistenza del concetto di silenzio a tenere alta l’attenzione. Fumo e silenzio contornavano l’orrore, un cielo irreale che le nuove generazioni non hanno fortunatamente conosciuto. Ma questo non le esenta e non le protegge da un futuro oggi più che mai incerto. Specialmente se il silenzio diventa indifferenza, oblio, dimenticanza. Complicità. L’ABISSO, come ricorda il testo, può ritornare cosa concreta, ma la fiammella del ricordo può diventare un incendio che illumina le coscienze e che vince il buio dell’irrazionale.
Massimo Botturi
Sono una bottiglia di ferro,
che pur avendo una corazza forte
si può ammaccare cadendo,
sono un diamante che quando
è al sole brilla,
ma quando è al buio è perso,
sono un mondo che da posto,
ma non ho posto al mondo.
Nathan Narciso
Scuola Media S. Pellico - Arese - Classe 2^
C’è un momento della nostra esistenza in cui cerchiamo dentro di noi quale sarà il nostro ruolo nella vita reale, cioè che cosa ci aspetta al termine degli studi. Così facciamo il punto sulle nostre forze e sulle nostre debolezze, e pare che i timori ci chiudano spazi e sogni, ma non è così. E’ pur vero che la sensibilità ci rende sognatori e spesso timorosi e fragili, ma la sensibilità è un dono e, se non ci arrendiamo, creiamo lo spazio utile a noi e pure alla società in cui viviamo.
Adriano Molteni
Camminavo nelle valli,
il vento tra i capelli
grotte, canyon, montagne,
campi di grano, campagne.
Di tutta questa immensità
io mi sentivo padrone,
finché non vidi l’oltremare
e trovai un mondo nuovo:
Nuovi continenti da scoprire
e nuovi oceani da esplorare.
Nuovi popoli, incontri culturali,
ma anche nuove guerre, scontri
militari.
D’altronde, per questa immensità,
qualche conflitto grave non sarà.
Così pensavan tutti,
così pensavo anch’io
finché non vidi il vero mondo
mio.
Da una grigia distesa,
dall’alto di lassù,
sulla roccia lunare,
una breve biglia blu
si vide dal cielo nero
della notte perenne.
Davver da lì tutto venne?
Tutte le montagne,
mari e campagne,
popoli e culture,
fiumi e gran pianure,
luoghi d’ogni genere,
gente d’ogni ceto,
guerre e condottieri,
scienziati ed ingegneri
santi e peccatori,
tremendi dittatori,
lotte per la vita
e per la libertà,
tutti i desideri
dell’umanità,
gli amori, gli odi
i conflitti e la bontà,
improvvisamente
si sono rivelate
piccole sporgenze
di un piccolo granello
nell’immensità.
E allora qual è il senso,
dell’uomo e del pensiero:
per quanto evolveremo
sempre piccoli saremo.
Ma forse è proprio questa
la peculiarità
di formiche che guardano
nella vastità.
L’universo ci ha creato,
noi lo abbiam svelato.
Matteo Raineri
Scuola Media San Carlo - Rho - Classe 2^
Il poeta ci conduce attraverso le semplici ma sfuggenti realtà dell'esperienza umana; con occhi colmi di stupore narra finemente l'ingenuo modo con cui, presto o tardi, l'uomo si pone a confronto con l'immensità. Parte tutto da un istante nella sua esperienza, respira a fondo l'aria delle valli, e da quel semplice momento scaturisce il suo viaggio; si sente inizialmente in controllo, padrone “di tutta questa immensità”, per poi distaccarsi da quel desiderio d'essere centrale, si allontana da sé per correre incontro al tutto. Arriva fino alla Luna, per guardare giù e studiare le sfaccettature di questo mondo che pare senza fine, ed invece si trova innanzi una “breve biglia blu”. Con questa magnifica definizione ci racconta lo stupore e la liberazione, di scoprirsi “piccole sporgenze” di qualcosa di altrettanto piccolo. Un componimento piacevole che mostra una grande sensibilità, e risalta le particolari scelte d'immagini del giovane poeta.
Leo Caenazzo
Si svegliava spesso di notte
Sospirava e si affacciava alla finestra
Con lei solo la luna,
Ascoltava i suoi pensieri più profondi
I singhiozzi più silenziosi,
Strozzati nel silenzio della notte.
E dopo che il suo pallido bagliore
Le accarezzava il viso
Il peso schiacciante sul petto
Diventava più lieve
Fino alla notte successiva
Quando i turbamenti dell’anima
Lame taglienti
Tornavano a straziarla
Quando improvvisamente
la coperta diventava un macigno
Le impediva di respirare,
Quando si affacciava ancora
E quel corpo luminoso,
bellissimo,
imperturbabile,
Pareva guardarla e chiederle
“Quale tormento ancora?”
E crescendo, sembrava
assomigliare
sempre di più alla luna
Che l’aveva benedetta con
un’immensa passione
La scrittura
Ma l’aveva maledetta
Donandole il chiarore dell’anima
E lei, tutte le sere tornava lì
E chiedeva a quell’amica lontana
Perché la sua anima sanguinasse
Perché gli altri non sentissero le
sue urla di dolore
E la sua musa non avrebbe mai
potuto risponderle
Ma pareva sussurrarle
“Tu sei proprio come me”.
E affacciandosi alla finestra
avrebbe continuato a cercarla
Nel buio accogliente delle calde
sere d’estate
Quando sentiva il freddo dentro
E nelle ululanti sere d’inverno
Quando i ricordi erano specchi
aguzzi
E la sua musa, incantevole,
placida
Le rischiarava ancora una volta il viso
E pareva sussurrarle
“Tu sei proprio come me”.
Sofia Marcone
Liceo Statale C. Rebora - Rho - Classe 2^
“Dialoghi con la luna” è uno di quei rari luoghi letterari dove la parola non descrive, ma incarna. Questa poesia non si limita a esprimere un’emozione, ma ne fa topografia interiore, tracciato di un’anima che ha imparato a dialogare col silenzio fino a confondersi in esso. La luna qui non è ornamento, né allegoria: è alterità radicale, è lo sguardo dell’altro quando altro non è. Muta e osservante, agisce come catalizzatore psichico: non oggetto poetico, ma soggetto di relazione. E la voce dell’autrice – così crudelmente lucida – non chiede di essere compresa, ma riconosciuta. Ogni verso è cesellato con la mano di chi ha sofferto senza concessioni, ma ha scelto di guardarsi dentro anziché implodere. “Tu sei proprio come me” si afferma come atto ontologico: una dichiarazione di identità tra archetipi che si specchiano nell’abisso. Questa scrittura non cerca approvazione: si offre come un corpo tremante che però non indietreggia. Ed è qui che la poesia mostra la sua forza, tenendo insieme il tremore e la struttura, la vertigine e la compostezza. Questo testo non cerca di impressionare, ma pretende di essere ascoltato. E chi lo fa per davvero difficilmente ne esce indenne.
Mattia Pedota
Vi fu un tempo d’innumerevoli parole,
volavano alte puntando al sole
perciò finirono bruciate.
Ma come potevano essere dimenticate?
Erano colorate di muti significati.
Alcune erano rosse,
petali germoglianti di rose appassite
schiaffi tatuati nei visi di donne
ferite morenti di bambini sognanti.
Altre erano nere,
iridi perse di occhi morti
scaglie di carbone
inchiostri finiti su pagine bianche.
Poi c’erano le gialle,
come il sole che tiene in vita
come il limone aspro e prelibato
come la foglia in procinto di caduta.
Erano anche verdi
come i campi vitali, profumati, rigogliosi.
Come chi spera di camminarci sopra.
Infine le mie preferite,
le blu.
Mi ricordano il profondo mare
e l’infinito cielo.
Ne avrei dette un milione, di parole blu.
Ma potevo parlare solo di altri colori,
e lì, in quel tempo di innumerevoli parole,
pregavo l’arcobaleno di non donare più colore.
Vi fu un tempo d’innumerevoli parole,
colorate di muti significati,
che alla fine hanno dipinto i migliori capolavori.
Emma Marafioti
Liceo Falcone e Borsellino - Arese - Classe 2^
Questo testo si apre con un’immagine che allude immediatamente al mito di Icaro: le parole sono, infatti, simili ad ali che, avvicinandosi troppo al sole, finiscono per bruciarsi. La poesia procede poi per analogie, che accostano le parole ai colori, con una sensibilità vicina a quella del simbolista francese Rimbaud. Pertanto, le parole possono essere sanguigne e ferire oppure essere rigogliose come il verde dei campi; possono evocare la vita, se sono gialle, o ricordare la morte, se sono nere. Le parole preferite dal poeta, però, sono le parole blu, quelle che aprono l’immaginazione alla vastità del cielo e del mare. Nel tempo delle “innumerevoli parole” e dei “muti significati” il giovane poeta avverte la difficoltà di esprimersi e di restituire significato alla realtà attraverso il linguaggio con cui la raccontiamo, ma fortunatamente, non perde mai fiducia nella forza che le parole hanno di dipingere capolavori.
Alice Serrao
Vorrei raggiungerti, afferrarti e custodirti,
come uno scrigno col suo oro proibito.
Ma le tue istruzioni non comprendo,
e temo che tu voli via correndo
veloce come le frecce che scocchi,
ancor prima di incrociare i tuoi occhi.
Dunque non esitare
voltati.
Ascolta le mie illogiche domande,
senza darmi risposta le devi sopportare.
Lasciami godere del tuo variopinto sapore,
apprezzare di ogni fiore il colore,
di ogni sguardo percepire il tepore.
Che io colga i dettagli piccoli e graziosi
consigli luminosi, sentieri scoscesi
sorrisi abbaglianti, ricordi dominanti.
E cullami, malinconia,
lenta accompagnami
nella complessa esistenza,
pulita di coscienza.
Concedi, potendo, un angolo di gioia
all’interno del mosaico
di cui la storia conosci.
Un soffio di vento che
spinga la mia barca,
verso una spiaggia stanca
di essere ignorata, isolata.
Così indicherai la strada
alle tue sorelle,
emozioni dall’anima ribelle,
poi corri, nasconditi in qualcun altro.
Controllami rigore,
sii autorevole quando accecato sarà il cuore,
della realtà apprendista lettore,
ma fatti piccolo,
se soffocato dalle sue follie
o dalle mie.
Insegnami dell’amore la dolcezza,
del dialogo delicato la bellezza.
Immergimi nell’arcano flusso
che ti avvolge, vita,
così che possa inseguirti, almeno.
Ovunque tu sia,
qualsiasi contraddizione io sia.
Giorgia Segat
Liceo E. Majorana - Rho - Classe 1^
La vita di ognuno di noi, un prezioso dono da vivere e tramandare. Ognuno di noi troverà varie esperienze, tanti modi di percorrerla, sia nel bene che nel male. E’ un viaggio nella contraddizione, è una voce che urla, che cerca “nell’amore la dolcezza e il dialogo delicato, la bellezza…”. Sono risposte che troveremo nel nostro modo di vivere, guardando attorno, vedendo l’armonia di un cielo stellato, guardando gli occhi che piangono alla ricerca di un aiuto per trovare la via per continuare. Ognuno di noi camminerà per le strade del mondo, nel rispetto di ogni “COSA”, si immergerà nell’arcano flusso che avvolge la vita. E’ una poesia, un prezioso cammino che porta a “sublimarci” ogni giorno per trovare il modo del buon vivere.
Piero Airaghi
Mi guardo allo specchio,
vedo un volto che non riconosco,
un’anima che cerca di farsi spazio
tra il "non abbastanza" e il "chissà".
Ogni passo è incerto,
ogni sogno si sfalda tra le dita,
cerco di essere più di ciò che sono,
ma mi sento solo un’ombra in cerca di luce.
Voglio diventare qualcuno,
ma la paura mi blocca,
sento il peso di ciò che manca,
di ciò che non ho mai avuto.
Forse non sono ancora pronta,
forse il tempo non è mai giusto,
ma continuo a camminare,
nel tentativo di scavare un futuro.
Mi chiedo se arriverò mai,
se un giorno il "non abbastanza"
sarà solo un ricordo lontano,
e il "diventare" una realtà in crescita.
Ma fino a quel momento,
continuo a sognare,
a lottare contro il silenzio
di chi dice che non sarò mai abbastanza.
Viola Mattia Vismara
Itis Cannizzaro - Rho - Classe 1^
Durante l’adolescenza ognuno di noi si confronta con una grande fase di cambiamento e, come si legge in questa poesia, può capitare di guardarsi allo specchio e vedere un volto che non si riconosce, mentre “l’anima cerca di farsi spazio”. Non è sempre facile capire quale sia la propria strada: si alternano tentativi, maschere, esperienze e dunque si avverte che “ogni passo è incerto”, come quello di un funambolo che impara a mantenersi in equilibrio sulla corda. Baudelaire, invece, paragonava il poeta a un grande albatro che cammina goffo per le sue ampie ali, fintanto che non capisce di essere fatto per volare in cielo. Anche il giovane autore di questa poesia è in bilico tra la paura dell’inadeguatezza e lo slancio del volo. L’augurio è che quella percezione di “mancanza” continui ad essere la spinta e il desiderio per “lottare” e conquistare i propri sogni.
Alice Serrao
Cammino nel vento che smuove l’erba,
sopra un muro
come un bimbo che sfida l’altezza.
Sul margine di una vertiginosa costa,
colpita dal mare
con la violenza della carezza di un’onda.
Talvolta sono così in basso
da guardare gli uccelli in aria con invidia,
altre volte il panorama,
mi toglie più fiato della salita.
Non so quale sia la mia meta,
ma voglio compiere ogni passo,
nella certezza che si trovi ancora,
qualche metro più in là.
Arianna Bruschi
Itis Cannizzaro - Rho - Classe 5^
Non sapere quale sia la meta: eppure camminare con il coraggio dell' innocenza, quella di un “bimbo che sfida l'altezza”. Innocenza sì, ma non inconsapevole: il paesaggio fatto metafora, in questi versi, della vita stessa è cosparso di aspre, vertiginose scogliere, eppure bello da togliere il fiato persino più della faticosa salita. Amalgama, la vita, di dolore e gioia inscindibili come la carezza e la violenza delle onde che ci colpiscono, un ossimoro di assai poetica efficacia. Ma c'è qualcosa, “qualche metro più in là”.
Francesco Piscitello
Letti di fiume che mi attraversano il viso,
li ha scavati come acqua in una valle la vita.
Come potrei ripudiare,
solo per essere a voi gradita,
la memoria sbiadita di ogni mio sorriso?
Candidi capelli sulle guance mi ricadono
fatti di neve, farina e stelle lucenti.
Perché vi ostinate, oh incoscienti,
a non comprenderne l’infinito dono?
Ogni ruga ogni solco ogni cicatrice leggo,
come Vangelo di una vita dimenticata,
alla ricerca di fantasmi della storia passata
che pian piano scivola via dalla mia mente.
Questo corpo, una volta giovane e vigoroso,
ora mi tradisce ad ogni mio passo,
mentre ogni ricordo lentamente lascio
cadere nella voragine vitrea che cresce opprimente.
Che destino angoscioso inesorabile mi attende,
quando l’unica certezza
saranno le mie mani ruvide e callose,
frutto di lavoro che non rammento,
e le membra dolorose
che mi accompagneranno costantemente.
Così ancora chiedo a voi,
fanciulli e ingenui,
cosa ci sia di vergognoso in un miracolo tale,
da salvare una donna dal silenzio spettrale
che le riempie la anziana mente.
E quando la vecchiaia avrà la meglio,
quando l’ultimo ricordo
abbandonerà i miei pensieri
e sarò solo un guscio vuoto,
con occhi spenti e passi leggeri,
saranno infine solo fiumi,
stelle e solchi a conoscermi
e finalmente ogni cosa tornerà chiara.
Chiara Casari
Liceo Statale C. Rebora - Rho - Classe 3^
Quante volte ho letto questo scritto, soffermandomi sulla domanda: “Come potrei ripudiare, solo per essere a voi gradita, la memoria sbiadita di ogni mio sorriso?” E’ vero ci sono dei momenti in cui sembra di trovarsi a vivere emarginati da tutti e da tutto; si accumulano difficoltà a convivere con gli altri e ti senti sola. E’ arrivato il momento in cui devi cercare nel “profondo”, il tuo ripostiglio dove hai posto i momenti importanti che hai vissuto. Termino il percorso del tuo scritto ove “abbandoni i tuoi pensieri, fino a trovarti solo un guscio vuoto. E finalmente ogni cosa tornerà chiara”. Conserverò questo tuo scritto e lo leggerò ogni giorno.
Piero Airaghi
Si avvia a passo malfermo,
l’anziana signora sconsolata
lasciandosi dietro una scia di avvertimenti.
La sua voce fragorosa,
che scioglie, inonda, prosciuga,
riecheggia e riverbera, inascoltata.
Dalle grandi esplosioni non è più la stessa:
i suoi polmoni sporchi le impediscono il respiro,
dalla sua pelle disidratata e raggrinzita
nasce solo polvere avida,
i suoi occhi oceano si innalzano
di lacrime trattenute e devastatrici,
per il dolore immenso
per i suoi figli.
Ciechi ai suoi lamenti,
brulicano in spazi come formicai,
voraci,
creazione e distruzione in un ciclo
costante e senza sosta,
in cui muoiono a grappoli
come acini d’uva marci
per le loro ragioni ragionevoli
ragionano, con il dito puntato
come l’ago di una bussola
a giudicare, a umiliare, a minacciare
a ordinare, a imporre e imporsi,
a devastare, lei.
Lei tace, ormai esausta,
tra il sole cocente e le piogge torrenziali
non trova più un equilibro.
Depone le stampelle per sedersi,
adagiarsi sulla rena artificiale
e stendere un’ultima preghiera
con gli sgoccioli di linfa vitale,
e arrotolare la pergamena
in una bottiglia di vetro, tappo di sughero,
abbandonata alle correnti turbolente,
alla volta della speranza.
Sofia Borsani Sogni
Liceo Falcone e Borsellino - Arese - Classe 5^
L’autore conosce la terra sotto di se, allunga le dita e ci racconta ciò che sente. Un racconto ruvido e irregolare, la cui forma accompagna perfettamente il contenuto; sembra che i versi si dimenino fra un ciclone improvviso e una siccità senza fine, come nella realtà che descrivono. Madre natura si accascia proprio affianco a noi, possiamo udirne gli stenti, assieme al dolore di una generazione che si affaccia al caos, che sa di essere segnata ma spera di non essere spacciata. Ed eccola li, soffocata dalle terribili scene con cui il poeta si confronta, la speranza riesce infine a emergere; una speranza guerriera, pronta allo scontro, pronta a non desistere, a trovare appigli anche nelle correnti più torbide e confuse. Sullo sfondo la consapevolezza che se madre natura non può salvarsi da sola, rimaniamo solo noi, a doverci rimboccare le maniche e lottare, insieme a quel barlume in una bottiglia di vetro.
Leo Caenazzo
Imperfetto se non nel corpo,
nei lineamenti.
Nel modo beffardo di sorridere
Per alludere al divino.
Superbia: ciò che mi trascinerà all’inferno,
ma di loro è la colpa, che lodano il corrotto.
Il male risiede dentro chiunque
ed io non sono un’eccezione.
Ma loro hanno solo occhi per guardare,
mai orecchie per sentire.
Se attraggo verso di me, non è per animo,
ma per corpo apparente.
Così, se Narciso in persona ordinasse il genocidio
nessuno esiterebbe a dargli ragione.
Solo per esteriorità delle parole,
non per conformità degli atti.
Perfetto se non nello spirito.
Catrame trabocca dalla mia gola
e scorre nelle mie viscere.
Fortuna che l’odiabile risieda solo all’interno
e che nessuno possa vedere l’orrenda realtà.
Nascosto sotto la pelle, risiede un mostro,
ma nessuno si preoccuperà mai del mio animo,
se il corpo soddisferà le richieste di altri,
prima che esse vengano formulate.
Ma presto la bile spurga,
gonfia la pelle, arrossa la carnagione.
Rende spregevole ciò che non era destinato ad esserlo,
sicché l’animo influisce il corpo
e ciò che alla vista appariva come perfetto,
ora orripila gli sguardi di altri
che prima bramavano desiderosi.
La confortevole illusione scompare,
lasciando spazio all’odiata realtà.
Io, incoronato non da oro,
ma da viscide e striscianti lumache,
risiedo sul trono di coloro che ingannano
per trarre profitto dalla lussuria di chi lo richiede.
Per poi scoprire,
che il perfetto muta in corrotto
ed il bello in vomitevole.
Subito dopo una notte di gioia,
il mattino si mostra spregevole
come conseguenza della lussuria.
Così io mi ritrovo:
imperfetto, in anima e corpo.
Sofia Cornolò
Liceo E. Majorana - Rho - Classe 5^
Quasi un monologo, un’invettiva contro le apparenze e l’esteriorità assurte a valore unico. Pregevole l’incipit…imperfetto, se non nel corpo, nei lineamenti. È il preludio alla scoperta del male insito in profondità, ma non visto, non percepito, perché corrotti dall’effimero, dall’immediato, dalla bellezza esteriore fine a sé stessa. Questo disvalore porta a cecità, a giustificare ogni nefandezza, perché disabitua alla riflessione, all’approfondimento, alla critica. Non a caso la parte finale di quest’opera allude all’inevitabile decadenza fisica, al crollo delle illusioni; la realtà infine, in tutta la sua spregevolezza talvolta, porrà la sua pietra sull’esilità e l’inconsistenza di ciò creduto “perfetto”.
Massimo Botturi
Le stelle: piccole briciole bianche incollate saldamente a una tavola scura, quasi nera. Così piccole che sembra di poterle tenere in una mano, eppure così lontane da non riuscire mai ad afferrarle. Ne sono sempre stato affascinato sin da quando mia mamma mi ha portato al lago per la prima volta in piena notte: non c’erano luci artificiali. Uno splendido squarcio dove la natura non era ancora stata contaminata dalla mano crudele dell’uomo. Già all’età di sei anni me ne stavo lì sdraiato sull’erba, guardando il cielo e pensando a quanto quei puntini bianchi dovevano essere grandi, a quanto io fossi piccolo in confronto a loro. Lo sono ancora, mi sembra di essermi addirittura rimpicciolito. Adesso mi ritrovo a salire qui in alto, per fissare il cielo come dodici anni fa. Mi siedo sul basso muretto che circonda il bordo del tetto del mio palazzo; le mie gambe penzolano al di là di esso, come altalene attese dai bambini
Nella mia mano riposa una monetina, forse cinque o dieci centesimi, la osservo per qualche secondo e poi la guardo cadere nel vuoto sotto i miei piedi
Finalmente decido di ricordare, nella disperata speranza di riportare a galla qualche sentimento perduto nella memoria e forzare la mente a reagire. Ogni singola cosa a cui penso riesce ad avere come protagonista una sola e unica persona: mamma. So bene qual è il motivo: vivo la mia vita nel rimpianto di non aver vissuto appieno i miei giorni con lei. Mi pento di non aver ascoltato la sua voce con più attenzione, di non averle detto abbastanza quanto la amavo. Quando ho finalmente realizzato che non sarei mai più tornato indietro a tutti quei momenti con lei era già troppo tardi, lei era già confinata in un letto senza nemmeno riuscire ad alzarsi in piedi
Ero ancora un bambino quando ho dovuto sopportare l’angoscia di guardarla mentre perdeva progressivamente l’uso del suo stesso corpo, della sua stessa mente. Me lo ricordo benissimo com’è stato rimanere fermo ad aspettare, consapevole della mia impotenza nei confronti della sua condizione, vittima di quella terribile maledizione che mi ha costretto ad assistere mentre il male la mangiava lentamente dall’interno. Avrei voluto strapparlo via dal suo corpo con le mie stesse mani, urlargli di andarsene e lasciare in pace la mia povera mamma, nonostante le spiegazioni di medici e primari che provavano in ogni modo a spiegarmi che non potevo aiutarla, che ci avrebbero pensato loro. Ma a undici anni, come potevo capire cosa le stesse succedendo? Come potevo comprendere quale fosse il motivo per cui la persona che più amavo in assoluto, da un giorno all’altro, aveva perso la sua usuale energia? Come potevo accettare che quel suo canto, quella sua splendida voce cristallina fosse improvvisamente scomparsa lasciando la casa vuota e silenziosa? Non riuscivo nemmeno a immaginare quale fosse la ragione per la quale da un giorno all’altro avesse smesso di cantare. Per mesi mi è mancata la sua voce, più di ogni altra cosa; per mesi ho dormito accanto a lei nella speranza che il giorno dopo mi avrebbe risvegliato cantandomi la nostra canzone, come faceva sempre. Eppure, giorno dopo giorno, il suo canto si è fatto sempre più debole e silenzioso, fino a scomparire completamente. Una settimana o due prima che morisse, quando faceva fatica addirittura a parlare, per farle coraggio le raccontavo di tutti i bei momenti che avevamo vissuto insieme. Solo ad oggi realizzo che probabilmente non riusciva più a capirmi, forse nemmeno a ricordare e che quei racconti servivano più a me che a lei. Le raccontavo di quando eravamo andati al lago, a guardare le stelle, con l’erba che ci solleticava la schiena mentre ridevamo, e nel silenzio assoluto della notte lei canticchiava una dolce melodia rassicurante. Le ricordavo di quando dopo un incubo correvo nel suo letto, mi rannicchiavo di fianco a lei mentre mi stringeva e mi accarezzava la nuca, così che riuscissi a ritornare beatamente nel mondo dei sogni. Non avevo grandi eventi da rievocare, nessun avvenimento che non fosse la solita quotidianità; quello che per me era davvero significativo erano questi dettagli: minuzie agli occhi di molti, ma enormi dimostrazioni di amore ai miei
La sensazione della sua mano sulla mia guancia, le sue labbra stampate sulla mia fronte, il suo sorriso sempre felice: l’unica espressione che non ha mai abbandonato il suo volto fino all’ultimo secondo. Il ricordo della sua voce l’ultima volta che ha cantato la nostra canzone, il giorno prima di morire. Mi stava accarezzando la testa, mentre lacrime silenziose scendevano dai miei occhi. La sua mano tremava più che mai a causa di tutti i farmaci che le avevano prescritto. Quel giorno si rifiutò di prenderli. E nonostante i miei soli undici anni, capii che dietro quel rifiuto c’era più di un capriccio, capii che quel giorno me lo sarei dovuto ricordare a vita, avrei dovuto imprimere nella mia memoria ogni sua parola, fissare nella mia mente ogni dettaglio del suo volto prima di andare a dormire. Mi promisi che quel sorriso lo avrei ricordato a vita e lo avrei rivisto in qualcun altro, qualcuno che mi amasse come mi amava lei. Odio deludere quel bambino di undici anni ma questa persona non è mai arrivata. Tutti questi preziosi momenti sono incisi permanentemente nella mia memoria, sono un disco rotto che continua a ripartire, il cui scopo è tenermi in vita come un respiratore a cui sono costantemente attaccato. Quando senza motivo mi tremano le mani, come l’ultima carezza che mi hanno dato le sue, io so che lei mi sta parlando. È solo grazie al ricordo di questi momenti gioiosi se sono arrivato fino ad oggi. In fin dei conti l’esistenza è fatta di questo, di piccoli attimi di gioia a cui gli esseri umani si devono aggrappare per attraversare una vita fatta di dolore e difficoltà. Io mi ci sono ancorato con tutte le mie forze, fino a quando non mi sono reso conto di aver esagerato. Ho stretto troppo l’ancora e adesso sono bloccato nel mio passato, nei miei ricordi. Il giorno in cui il cancro ha fermato cuore, fegato e reni di mia madre, io ho smesso di vivere, ho smesso di cercare la gioia nelle piccole cose e dopo tanti anni non sono in grado di ricominciare a farlo. Quindi ora sono seduto sul muretto che circonda il bordo del tetto del mio palazzo; le mie gambe penzolano al di là di esso, come i rami morti di un albero in autunno, impazienti di essere amputati. Le gambe penzolano al di là di un confine che più volte ho pensato di superare. La vista è stupenda. Da qui, il punto più alto di un palazzo di cinque piani, riesco a vedere quasi tutta la città
Le finestre degli edifici intorno sono allegramente illuminate; in una di quelle stanze starà mangiando una famigliola, mentre parla della giornata, di ciò che accade nel mondo, di cose tristi o allegre; in un’altra una coppia starà litigando per motivi futili o starà guardando un film in tranquillità; in un’altra ancora ci potrebbe essere una ragazza che studia tutta la notte per soddisfare le aspettative dei genitori. In quelle stanze ci può essere chiunque, tutte le tipologie di persone e nemmeno una su cui la mia vita influisca. Provo a pensare ad un motivo per rimanere su questa terra ma la mia mente non si discosta dal ricordo di mia madre, l’unica persona a cui ero legato, ai suoi “ti amo” sussurrati, che oramai non può dirmi più. Nulla mi trattiene. Se la mia vita non porta felicità a nessuno, nemmeno a me, perché continuare a viverla? Perché esistere solo per avere la costante sensazione di non poter essere felice? La verità è che non mi importa della felicità, mi accontenterei di essere triste, arrabbiato, deluso, spaventato, preoccupato... mi accontenterei di una qualunque emozione, non importa quale. Vorrei solo provare qualcosa. Vorrei essere legato a qualcosa a tal punto di impedirmi di scivolare giù dal muretto. Invece nulla mi tocca minimamente. Mi sento completamente vuoto, inutile, distaccato dalla realtà, dal mio stesso corpo, come il narratore esterno di un’esistenza composta da sguardi stanchi e sospiri straziati. E per quanto provi a entrare nella storia, la mia mano esterna non può toccare gli elementi che la costituiscono. Dopo questi pensieri dovrei essere triste o spaventato? non so neanche come dovrei sentirmi! Io non sento nulla. Sto per suicidarmi e non sento nulla. Non mi interessa nemmeno della mia stessa morte. E allora cosa mi trattiene? Mi stanno trattenendo loro, così piccole e tanto lontane riescono a trattenermi
Con la loro bellezza riescono a farmi esitare. Io però li conosco i loro trucchi, sta a me scegliere se cascarci. Forse è arrivato il momento di abbandonare questa realtà inconsistente, di provare ad arrivare da qualche altra parte: un posto lontano, immaginario, inconcepibile per la limitata mente di noi mortali. Magari sono pronto a chiudere gli occhi e ricominciare la mia vita in un altro universo sconosciuto. Che io lo sia o no, loro meritano di essere guardate. Rimango qui ancora un po’, mentre decido. Rimango qui, a guardare le stelle. E mi tremano le mani.
Asia Citelli
Liceo Statale C. Rebora - Rho - Classe 2^
Queste pagine traboccano di un dolore che non chiede compassione, ma ci invita a sostare nel vuoto di un amore strappato via troppo presto. Il protagonista non racconta: sopravvive raccontando. Le stelle, nella loro indifferente eternità, non sono simbolo di speranza, ma specchio di una coscienza che, pur devastata, ancora osserva. Sono la soglia ultima tra la caduta e la contemplazione, l’estremo appiglio della mente contro il collasso dell’anima. E in quel gesto minuscolo e titanico — contemplare le stelle sul ciglio del tetto — si concentra tutta la forza della narrazione: non la scelta in sé, ma l’attimo che non cede, il respiro che ancora insiste, sorretto dall’unico punto di riferimento rimasto: il sublime. Nella parentesi contemplativa, il testo pare quindi celare la metafora di un amore non del tutto perduto, che sopravvive nel solo fatto di non lasciarsi andare. Non c’è redenzione, pietà o rivelazione, ma solo il valore del resistere un altro minuto, un’altra notte, sotto lo stesso cielo stellato.
Mattia Pedota
Ero immerso in un mondo del tutto nuovo. Era la prima volta che mi trovavo in quel luogo. Vedevo un lunghissimo corridoio, pareva infinito, ed era caratterizzato da una forte luce, quasi accecante direi. Non c’era una parte superiore nel posto, solo un lungo percorso e luce, non era cielo, era luce e basta. Nonostante tutto, mi metteva tranquillità e mi piacque l’idea di scoprire più a fondo di cosa si trattasse. Feci il primo passo e sentii un forte freddo sotto la pianta del piede. Per la prima volta mi accorsi che ero scalzo. Indossavo solamente il mio pigiama, quello a righe, che mamma mi aveva regalato al mio sedicesimo compleanno. Era passato qualche anno ma mi stava ancora bene, mi teneva caldo. I primi passi su quella fredda superficie non furono a dire il vero piacevoli. Il terreno era molto liscio, non era piastrellato, sembrava una lunga distesa di perline levigate. Effettivamente anche il colore mi ricordava spesso le perline della collana che mamma aveva appeso al collo. Mi piacevano. Quando ero piccolo ci giocavo sempre. Forse era per lo stesso motivo che ora mi sentivo sicuro e deciso a continuare il mio percorso. Primo passo. Secondo passo. Primo metro. Primo chilometro fatto, ma restava tutto uguale. Non perdevo le speranze e continuavo a camminare, non mi sentivo stanco, ero solo curioso. Dopo svariati passi, alzai lo sguardo e mi accorsi che era presente una leggera nebbiolina. Il che rendeva l’ambiente uniforme. Il suolo perlaceo era diventato un tutt’uno con la forte luce proveniente dall’alto. Ma ecco finalmente un qualcosa di diverso. Non capivo cosa fosse, ma si differenziava con la restante massa di luce bianca. Era una sagoma. Non ebbi paura nel continuare a camminare. Passo dopo passo. Mi avvicinavo, e le sagome diventarono due. Sembrava un caminetto, ma non uno qualunque, era quello dove io giocavo da piccolino con mamma e papà. Il caminetto prese vita, si muoveva, aveva delle braccia e delle gambe. Gli spuntarono dei folti capelli brizzolati rossi. Era vestito in maniera bizzarra per essere un caminetto, aveva un pantalone nero e una camicia bianca, conuna collana di perle che poggiava sulla canna fumaria. I suoi occhi erano spaventosamente belli. Un azzurro che colpiva intensamente nel profondo. Pensandoci meglio aveva già visto quella camicia, quegli occhi e quella collana, non era un caminetto. «Mamma!» Che ci faceva in quel posto mamma? Magari lei sapeva dove ci trovavamo e sarebbe stata in grado di indicarmi la strada per rientrare a casa. Ero molto sollevato di essere in loro compagnia, ma a dire il vero il rapporto con i miei genitori non era dei migliori. È andato a sfociare soprattutto nell’ultimo periodo, da quando lei e papà non hanno condiviso le mie scelte di vita una volta finita la scuola. Capii che non era il momento di intraprendere l’ennesima crociata con i miei genitori, per cui decisi di accogliermi alla loro vista con il sorriso migliore che il mio corpo mi permetteva ti offrire. Il mio sforzo fu vano. Mamma e papà sembravano arrabbiati con me. Ancora una volta. Forse non avrei dovuto trovarmi in quel luogo. Fu babbo a prendere parola per primo: «Era ora, ci hai messo troppo» Disse a denti stretti. In effetti durante il tragitto non mi era preoccupato troppo delle tempistiche, non immaginavo che qualcuno mi stesse aspettando. Cercai le parole per scusarmi per il mio comportamento, ma mamma parlò prima: «Non devi scusarti» sembrava avermi letto nel pensiero «non come hai fatto quella volta con Michelle» Come sapeva lei di Michelle? Michelle era una delle poche persone che si era interessata a me. Una sera mi vide solo in disparte ad una festa e mi venne a parlare. Dopo qualche giorno di conoscenza via social, ci incontrammo, ma fui davvero molto impacciato. Chiesi scusa per qualsiasi cosa quel giorno. Sbagliavo e chiedevo scusa. Avevo la sensazione di sbagliare e chiedevo scusa. Avevo la certezza di essere in difetto. Mi sentivo in difetto. Ero in difetto. Di tutto questo non avevo scambiato neanche una parola con mamma e papà. Come facevano loro a sapere di ciò? Ma non era il momento di pensarci, ormai le carte in tavolo erano state scoperte. «Dimmi che l’amore esiste anche per me, dimmi che un errore è sempre perdonabile
Mi stupii di me stesso nell’udire queste parole, mi erano uscite di bocca senza passare per la testa. Ad essere onesto mi vergognai anche per essere entrato così nel profondo con i miei genitori. Fino a quel momento avevo sempre tenuto distanti vita interiore e famiglia. Mamma non rispose e papà si limitò a guardarmi serioso. I suoi occhi sono azzurri, come i miei, Mi piace il colore dei miei occhi, sembra che abbia il mare tra le pupille, ma quella volta le onde nell’iride di papà uscirono dai limiti delle sue cadenti palpebre. Non ebbi neanche il tempo per provare ad avere una minima reazione che mi ritrovai immerso in un tornado d’acqua gelida. Forse rischiavo la morte. Dov’è la superficie? Non ho preso aria, ho bisogno di ossigeno. Presto! Devo nuotare! Ma non ne ero in grado. La temperatura era troppo bassa, non riuscivo a muovermi. I miei unici movimenti erano dovuti ad un grosso movimento d’acqua proprio sotto di me. Ero un corpo morto che si faceva contorcere dalla natura. Quella non era però natura. Quello era il mostro che abitava dentro papà. Freddo, gelido come lui. Il suo sguardo serio che mi fissava dritto negli occhi causava dentro di lui un vortice, proprio quello che mi sta avvolgendo. L’acqua che mi stava affogando, che stava uccidendo l’unico figlio che papà desiderava tanto, erano lacrime. Quelle lacrime che papà non ha mai versato. In fondo lui è uomo, un padre di famiglia. Deve essere forte, altrimenti che uomo è? Cosa avrebbero pensato gli altri? Ma papà non lo era. Nei suoi sguardi seri si vedeva, sapete come? Gli occhi. Avete mai guardato qualcuno negli occhi? E non intendo guardare qualcuno per un istante, mi riferisco al guardare dentro gli occhi di qualcuno per molto tempo. Spesso non si riflette, ma gli occhi sono davvero lo specchio dell’anima. Vi si aprirà un mondo, ma non uno qualunque, il loro mondo. Potrete vedere i loro momenti tristi, felici o di incomprensione. Ecco, se dovessi descrivere il mondo di papà lo racconterei come un mare buio in tormenta. Proprio lo stesso in cui ora sono immerso. E indovinate, da dove è uscito? Dagli occhi di papà. Andai in apnea, ed il troppo freddo mi fece perdere i sensi
«Sei sveglio? Mi fai preoccupare
Mi sentii tastare il fianco. Aprii gli occhi lentamente, la forte luce mi infastidiva. Rimasi disteso per qualche minuto. Un silenzio assordante mi avvolgeva. Mi misi seduto, gambe distese sorreggendomi il busto con le mani. Mi guardai intorno, respirando affannosamente. «Finalmente sei sveglio» Mi girai di scatto nella direzione della voce. La riconobbi all’istante. Ascolterei questa voce ogni minuto della mia giornata. Proveniva dalla persona che più mi conosce, che più mi capisce e passa tempo con me. Era Noemi, la mia migliore amica. Noemi è la ragazza più bella che conosco, i suoi occhi raccontano una giornata di sole al parco con i bambini. Era un’immagine buona, matura e altruista. Il sole la rappresentava, solare e genuina, emetteva una forte luce gialla, come i suoi lunghi capelli biondi. Anche lei ha gli occhi azzurri, ma i suoi non erano occhi di tempesta, come quelli di papà, ma occhi di un cielo azzurro che veglia sui buoni come lei. Mi precipitai verso le sue braccia e la abbracciai. In quell’abbraccio c’era tutto quello di cui avevo bisogno in quel momento. Vicinanza, comprensione e affetto. Scaricai tutte le preoccupazioni sul suolo. Ora lei era con me e io ero con lei, un tutt’uno. Avevo però bisogno di capire cosa fosse successo al mio corpo qualche istante prima: «Hai visto? Era un’onda altissima. Dove siamo ora?» Noemi mi guardava dal collo in giù. I miei vestiti erano completamente asciutti. Com’era possibile? Aveva perso i sensi per così tanto tempo da asciugarsi completamente? Lo sguardo di Noemi non faceva pensare ciò, sembrava quasi divertita dal mio comportamento. Alzò lo sguardo, mi prese le mani e mi diede un bacio sulla guancia. Sono davvero contento di avere Noemi al mio fianco, sia in quel momento che nella vita. Era davvero bella, dentro e fuori, perché una persona non è bella solo per il suo aspetto fisico, ma anche per la sua cultura, per i suoi modi di fare, per i suoi sorrisi che dona a chiunque, per la sua educazione e per come si rapporta con gli altri. Chi non ha mai visto nascere una dea non sa cos’è la felicità. Noemi mi sorrise e disse solo: «Credo in te, sconfiggili. Quando avrai bisogno di me non ti basta che con trollare le tasche» Poi svanì, lasciando sul suolo un mucchio di cenere dorata. Rimasi solo, di nuovo, in quel lungo corridoio silenzioso. Cosa voleva dire Noemi? Chi dovevo sconfiggere? C’era qualcuno in fondo a questo posto che mi aspettava? Qualcuno che aveva organizzato tutto questo? Qualcuno che...? D’improvviso mi venne in mente un pensiero che mi fece ribollire il sangue. Se effettivamente qualcuno era il responsabile di questa sceneggiata vuol dire che questo qualcuno ha rapito mamma, papà e Noemi, e chissà quante altre persone che ancora non avevo incontrato. Loro ne erano a conoscenza, per questo Noemi mi aveva avvertito. Dove finivano tutti una volta avermi incontrato? Mi accorsi di essere appena passato in un turbinio di forti emozioni, dalla curiosità iniziale, passando per la speranza verso mamma e papà e la gioia verso Noemi, finendo, ora, a provare, per la prima volta, davvero paura. Preso dalla foga di scoprirne di più mi misi distrattamente il mucchio di polveri nella tasca del pigiama e ripresi il mio percorso. Fino a quel momento la mia camminata era stata molto lenta. Appoggiavo tutta la pianta del piede con cautela, toccando il suolo prima con il tallone, poi con le dita, e ascoltavo il mio respiro. In quel momento però era diverso, correvo a più non posso, sudavo, ma dovevo andare a fondo a quella storia ed a quell’oscuro tunnel bianco. Non mi servì molto per trovare il prossimo malcapitato del signor Qualcuno che controllava tutto. Un ragazzo, della mia età. Lo riconobbi all’istante. Lui era Noemi prima di Noemi. Il mio vecchio migliore amico. Vecchio perché mi sentii tradito da lui. Era per me un qualcosa che, per lui, io non ero. Ho passato molto tempo con lui, lo sentivo molto vicino a me. Eravamo piccoli quando successero le vicende, quattordici anni? Per questo non sentivo il bisogno di particolari attenzioni. Per intenderci quelle attenzioni che Noemi mi trasmette ora. Per questo non mi accorsi che per lui io ero un semplice compagno di scuola con cui giocare ai videogiochi il pomeriggio e copiare i compiti. Io gli stavo sempre vicino, e lui si irritava perché a sua detta non gli lasciavo i suoi spazi. Non tardarono ad arrivare le prime discussioni, dove spesso lui mi diede dell’ingenuo per non riuscire a riconoscere neanche quello che gli altri pensano di me. Questa frase mi colpì particolarmente. Iniziai a chiedermi se anche gli altri erano come lui. Se avesse ragione lui. Ero cieco. Mi tormentai di pensieri e paranoie fino a sedici anni, quando incontrai Noemi per la prima volta. Mi valorizzò subito per quello che sono, trovò ogni piccolezza positiva in me e la descriveva come un’enormità. Un giorno Noemi mi sfiorò la guancia con la sua calda mano, e ripensai di nuovo a quelle parole. Ora mi trovavo di nuovo di fronte al mio passato, di fronte a colui che derise e illuse un povero ragazzo, e la mia bocca, un’altra volta, parlò da sola: «Non mi hai amato mai. Una carezza mi ha amato più di te» Non ottenni risposta. Mi fissava inanimato. Non sbatteva le ciglia, muoveva solo il collo nella direzione in cui andavo. Forse è così che si sentiva quando stavo con lui. Osservato. Mi avvicinai e provai a guardare il suo mondo dentro i suoi occhi. È il primo dei miei quattro incontri a non avere gli occhi azzurri. Neri. Come il suo cuore. Non riuscii a trovare nessun mondo all’interno di essi. Erano vuoti, lui era vuoto, non esisteva. Non parlava, non respirava, non trasmetteva nulla. Non potendo ricavare informazioni dalle sue parole o dai suoi occhi, come fatto nei precedenti incontri, lo osservai meglio. Oltre all’iride, anche i capelli erano neri, e andavano in contrasto con l’ambiente circostante, il che lo esaltava, come feci io anni prima. A conferma del tutto anche i vestiti erano dello stesso colore. I pantaloni, paragonabili al carbone, erano di qualche taglia in più. La felpa aveva le stesse identiche caratteristiche: nera e larga. Notai però un dettaglio. Sulla manica era raffigurato l’Universo. Mi tornò in mente un vecchio soprannome, che i bulletti della scuola gli avevano dato: Mondo. Non era mai stato un ragazzo che metteva al primo posto la cura del corpo, e il suo fisico ne risentiva. Mondo. Lui era Mondo dentro l’Universo, immenso rispetto a lui, come i vestiti che lo vestivano. Il signor Qualcuno volevaMi sedetti a terra e osservai Mondo, riflettendo sulle domande che mi venivano in mente e sperando una reazione. Le speranze svanirono con il tempo, e le risposte non arrivarono. Capii che avevo bisogno di altri indizi. Mi rimisi in piedi e continuai il tragitto. Proseguii il sentiero per parecchio tempo, e le mie gambe erano esauste. Sperai in un aiuto dal signor Qualcuno. Lo desiderai talmente tanto che urlai una assurda richiesta di avere un mezzo di trasporto sul mio cammino. Per il signor Qualcuno questa richiesta non fu così bizzarra. Trovai un pullman. Mi stupii del fatto, ma non mi lamentai ed entrai subito nel mezzo, non accorgendomi di un particolare. Era la linea 639, il pullman che prendevo tutti i giorni per entrare a scuola. Ma non tardai a scoprirlo. Al mio ingresso vidi una cinquantina di persone. Conoscevo tutti ma non conoscevo nessuno. Capii ben presto dove mi trovavo. Passavo lì dentro ogni giorno diretto verso scuola. Ero attorno a persone che vedevo ogni mattino, di cui sapevo nomi, storie e passioni, ma non avevo mai parlato con nessuno, sapevo per sentito dire. Mi sedetti nell’unico posto libero. Vicino a me era seduto Edoardo. Ero molto in imbarazzo, ma sentivo il bisogno di chiedere: «Dove siamo?» Edoardo girò lo sguardo verso di me: «Era ora che ti degnassi a parlare, dopo cinque anni questa è la prima volta che sento la tua voce. Ti vedo sempre con quel telefono in mano. Anch’io lo uso, per carità, ma sei l’unico sempre solo qui dentro» Per la prima volta da quando arrivai, qualcuno mi rivolse la parola in maniera così diretta. Mentalmente ripercossi le tappe del mio viaggio. Mamma e papà mi avevano solo rinfacciato le mie paure in amore, Noemi mi avvisò con uno strano segnale, e Mondo non parlò proprio. Edoardo non solo mi parlò, ma mi attaccò proprio. Avrei voluto rispondere a tono, dire che non era vero e attaccare lui su fronti di mia qualità, in modo che potessi averla vinta, però ci rimuginai sopra. Edoardo aveva ragione. Era inutile rispondere. A volte lasciarsi cadere in quei vortici illogici sembra normale
Riflettei meglio sulle sue parole. Appena mettevo piede su quel pullman, ogni mattina, sentivo una forte tachicardia. Il petto sembrava per esplodere, e facevo fatica ad avere un respiro regolare e autonomo. Ero molto a disagio davanti a tutti loro. Quando prendevo posto sentivo un forte bisogno di strizzare gli occhi, di tastarmi la fronte e sfregarmi le mani. Figuriamoci parlare, mi sentivo totalmente in difetto con tutti quanti. Era gente in gamba, si vedeva, non erano come me, che sono solamente uno sfigato che va a scuola. A nessuno fregava di me, era talmente lapalissiano che non c’era bisogno di altre spiegazioni. Avevo la costante sensazione che tutti fossero più svegli di me e ne sapessero di più, come se io fossi nuovo al mondo. Mi venne in mente una frase di Dostoevskij che lessi in “Ricordi dal sottosuolo” in cui mi immedesimai totalmente: allora mi tormentava anche un’altra circostanza: il fatto che nessuno mi somigliava e che io non somigliavo a nessuno. L’unico modo per limitare quei tic nervosi che quotidianamente sentivo era usare il telefono, per perdermi nel mio mondo. Questo, inevitabilmente, comportava il fatto di stare da soli, di non avere amici, di non avere un gruppetto. E odiavo alla follia questo, ma non riuscii mai a superare questa mia contraddizione. Tra tutti questi pensieri risposi ad Edoardo: «Sono così facile da prendere in giro? Sono così strano e brutto?» Mi fissò con uno sguardo penetrante: «Strano e brutto? Qui dentro nessuno ha mai notato quanto ti piaccia la luna, o di quanto tu ami leggere. Nessuno sa quanto odi essere notato e quanto nascondi le tue emozioni. Nessuno sa perché ridi o perché piangi. Nessuno sa quanto bene fai alle persone. E allora a chi importa se sei strano e pure brutto?» Le sue parole mi colpirono e rimasi imbambolato a guardarlo. Aveva ragione. Ho sempre saputo di come fosse la realtà, di quello che Edoardo mi aveva spiegato, ma nonostante questo le tensioni non si placavano. La risposta era già dentro di me, ma anche il problema era dentro di me. Vedendo la mia mancata risposta Edoardo decise di rispondere alla mia domanda iniziale:«È strano che mi chiedi dove siamo, stiamo andando a scuola, come ogni mattina, e faresti bene a scendere, siamo arrivati.» Scesi dall’autobus e vidi Edoardo sparire con passo spedito. Mi accorsi facilmente di non essere più in quel grande luogo bianco e luminoso, ma davanti a scuola. Non mi tornavano due cose. Io frequentavo l’università da ormai qualche anno, perché ero davanti al mio liceo? Non avevo un’immagine chiara, la definirei più come onirica. Capii dunque di essere ancora sotto l’occhio del signor Qualcuno. Se il signor Qualcuno mi aveva portato in quel luogo è perché dovevo entrarci, e così feci. Le mie gambe mi portarono da sole, forse per abitudine, nell’aula che ho frequentato per anni. Era vuota, ancora non c’era nessuno. Mi chiesi se mi trovavo nel posto giusto, o se stessi aspettando qualcuno. Ma chi? La risposta alla mia domanda non tardò ad arrivare. In aula entrò un uomo sulla quarantina, con dei jeans e una camicia a quadri. In mano aveva la sua irriconoscibile ventiquattrore. Era il professor Eletta, docente di lettere e filosofia. Ha avuto un grande impatto nella mia vita, non solo negli anni liceali, ma è stato fondamentale anche nelle scelte che ho preso negli anni a venire. Mi piaceva la sua materia, e come lui la spiegava. Ci metteva amore e passione in quello che faceva. Spesso paragonava frasi di filosofi vissuti decenni di anni prima, come Nietzsche, all’attualità in modo che potessimo integrare i loro messaggi nella nostra vita e non farli rimanere soltanto sulle pagine di un libro che, una volta finiti gli studi, avrebbe preso polvere in cantina. «Buongiorno» mi salutò. Replicai. «Dove siamo?» La mia domanda era sempre la stessa, dovevo capire dove ero finito e a che gioco stava giocando il signor Qualcuno ma, ancora una volta, non ottenni risposta a ciò. L’Eletta prese posto nella sua solita postazione, sedendosi lateralmente alla cattedra a gambe accavallate e mani pogge sulle ginocchia. Non avevo mai consultato uno psicologo, ma me li ero sempre immaginati in questa posizione durante le loro sedute terapeutiche. «Pirandello, ti ricordi che abbiamo letto il libro “Uno, nessuno, centomila”?» Non capii il senso di tutto ciò. Perché il signor Qualcuno è passato dal farmi annegare nelle lacrime di papà a seguire una lezione su Pirandello? L’unica cosa che potessi fare al momento era assecondarlo, e così annuii alla domanda. «Sai, mi piacerebbe sapere una tua opinione riguardo al messaggio pirandelliano» Amavo molto l’autore, in particolare questo romanzo. Pirandello diceva, in breve, che ognuno di noi ha una maschera, e una determinata persona ci vede in un modo diverso, che è proprio, da come ci vede un’altra persona, ma entrambe le visioni sono diverse da quella che ognuno vuole esprimere. Dunque siamo un unico corpo, ma con tante visioni quante sono le persone che si ascoltano. Come detto prima, il professor Eletta ci spronava a condire la nostra vita con i messaggi dei grandi autori e filosofi passati, e lo feci. Edoardo, pensai. Aveva ragione anche sotto il punto di vista pirandelliano. In un autobus quante persone ci sono? Cinquanta? Sessanta? E dunque, quante diverse visioni di me c’erano? I miei sforzi per farmi vedere forte, o, come si dice, figo, erano inutili. Perché di quello che volevo esprimere, Edoardo aveva una sua visione, Matteo un’altra, Chiara un’altra, l’autista un’altra, la vecchietta un’altra... Le esperienze di vita di ognuno portano a vedere me in un modo diverso da quello degli altri. La vera identità è relativa e instabile. Non avevo ancora risposto all’Eletta, ma mi rispose. «Bene. Molto bene. Puoi andare» Ero stupito. Mi alzai dalla sedia e ripercossi lo stesso percorso dell’andata a ritroso. Come era possibile? Sembrava avermi letto nella mente. Mi accasciai a terra. Una forte fitta mi aveva colpito alla testa. Tempie, nuca e fronte. Non avevo mai avuto un dolore così forte. Ero a terra, come un corpo morto. Pareva di avere più di mille lame infilate nel cranio. Delle voci. Urla di donna, di bambini disperati, torturati e sofferenti mi trapanavano le orecchie. Non riuscivo a capire da dove arrivassero. Non riuscivo a muovermi. Il pavimento freddo mi tastava la faccia, il dolore era sempre più forte, così come il gelo. Svenni. Silenzio. Non si sentiva una parola intorno a me. I suoni della città erano spariti. Mi risvegliai. Ero a terra, circondato da bianco. Ero tornato in quell’oscuro fascio di luce bianca. Mi sentivo meglio, il dolore alla testa era svanito. Ebbi inoltre un senso di sollievo. Sembrerà strano ma, tornare in quel posto, dove ormai avevo capito come muovermi, senza confusione, insomma, mi metteva a mio agio. Il posto mi ricordava Noemi. Perché è qui che l’ho rivista. Aveva le stesse caratteristiche del posto, tranquilla, silenziosa, pacata. Forse speravo di ritrovarla, o di realizzare il desiderio come successo con l’autobus. Eccola! Si era realizzato di nuovo il mio desiderio! In lontananza si andava a definire via via che mi avvicinavo una figura femminile. Era girata di spalle. Riuscivo a vederne solo i capelli color oro, ma in cuor mio non dubitavo che non fosse qualcuno di diverso da Noemi. Iniziai a correre verso di lei, chiamandola: «Noemi! Noemi girati, sono qui!» Avevo l’adrenalina alle stelle. In quel momento avevo bisogno di lei. Lei non si voltava. Mi fermai alle sue spalle, con aria preoccupata. Cos’era successo? Il signor Qualcuno le aveva fatto del male? Ti prego Noemi, dimmi che stai bene. Non posso continuare il percorso sapendo che tu non ci sei. Mi pareva di sentire un pianto. Un pianto dolce. Mi ero ormai rassegnato al fatto che Noemi fosse stata torturata dal signor Qualcuno. Per l’ennesima volta, la mia bocca parlò da sola: «Voltati Noemi! Diamine, mi preoccupo per te! Non vergognarti del tuo pianto, in cambio non chiedo niente, una tua lacrima è oceano sul mio viso» Quasi non ci feci caso. Avevo capito che in questo strano posto le parole escono da sole. Ero piuttosto più preoccupato per Noemi, che continuava a non reagire. Preso dalla tensione e della paura di poter trovare uno spettacolo orrendo sul suo dolce viso decisi di spostarmi io, e aggirare il suo corpo. Lentamente. Guardai a terra, il movimento cauto dei miei nudi piedi sul suolo perlaceo. Non alzai lo sguardo finché non mi trovai faccia a faccia con Noemi. Ecco, ero arrivato a destinazione. Un piccolo movimento del collo e avrei visto Noemi. Nella mia testa passarono immagini macabre, dove lei aveva conficcato delle forbici nei bulbi oculari pieni di sangue, oppure il suo esile corpicino senza vita appeso ad un cappio. Era inutile continuare ad aspettare. Alzai la testa. Nessuna corda attorno al collo, e nessuna forbice trapassava i suoi occhi. Gli occhi erano di forte verde speranza, le labbra carnose poste sotto un piccolo e corto naso. Indossava un jeans oversize e una felpa bianca che nascondeva le forme dei suoi seni. Non era Noemi. La sua pelle non esisteva. Il suo corpo era una sorta di pioggia di puntini che appaiono e scompaiono velocemente su uno schermo nero. Proprio come lo schermo di interferenza della televisione. Ed era accompagnato dal classico rumore statico che sentiamo anche sui nostri schermi. Era proprio quel rumore che io scambiai per il pianto di Noemi. Inoltre sul viso della figura era raffigurato un grosso punto di domanda nero. Capii immediatamente di chi si trattasse. Me l’ero sempre immaginata così la mia ragazza ideale. Capelli e occhi di un certo colore, naso con una certa dimensione...Insomma, esattamente come la figura che si trovava davanti a me. Tutte queste caratteristiche non ero mai stato in grado di unirle su un’unica identità. Era una figura senza nome, senza identità. Era vuota, come Mondo, per questo non vedevo il suo mondo dentro i suoi occhi, proprio come per Mondo. Era diverso però. Non vedevo quello di lui perché lui era vuoto, mentre lei non esisteva proprio. Il signor Qualcuno mi stava mettendo di fronte ad uno degli argomenti più delicati della mia vita: l’amore. Non avevo mai avuto una relazione amorosa, ma avevo amato tanto. Spesso quando si parla di amore ci riferiamo al fidanzato o la fidanzata ma, di amore ci sono tante categorie. Io, ad esempio, ero follemente innamorato di Noemi, io amavo quella ragazza con tutto il mio cuore. Non provavo istinti sessuali per lei, la amavo e basta. È questo l’amore per un amico. Volere il meglio per l’altro, sapendo che anche l’altro vuole il meglio per te. Cosa c’è di meglio di questo? E di cosa parliamo se non di amore? Poi c’è l’amore per la famiglia, per la mamma e per il papà, per la nonna e per il nonno, per il cugino e per il fratello. Si può provare amore anche per gli oggetti. Se la nonna venuta a mancare ci lascia in eredità la sua collana che metteva tutti i giorni, io amerò l’oggetto come amavo la nonna. Oppure, un marinaio, che ha passato la sua vita sulla sua barca, perché non dovrebbe amare la barca? Quindi sì, chiunque non abbia mai avuto una relazione amorosa ha comunque amato tanto. Passiamo ora all’amore in senso relazionale. Dal momento che si ha un’età dove si costruiscono le fondamenta per il futuro, è normale che si pensi al fare le prime esperienze anche in amore, in modo che in futuro ognuno sia in grado di affrontare tali tematiche che saranno più importanti essendo che probabilmente riguarderà una futura famiglia. Il concetto sta però sfuggendo di mano. Infatti la parola “esperienza” è centrale nelle relazioni amorose adolescenziali di oggi, badando troppo poco agli errori e giustificandosi con l’inesperienza. Sembra quasi che la ricerca del partner sia semplicemente un tappabuchi. Essere in una relazione solo perché lo sono tutti. Riguardo a questa tematica mi sento estraneo ai miei coetanei. Non ho mai avuto una storia d’amore, e questo mi fa sentire in difetto rispetto agli altri. Spesso mi capita di odiare l’amore. Lo odio perché non è mai il mio turno, perché è sempre “meriti di meglio”, ma nessuno diventa il meglio per me. Non oso perché non vorrei essere un treno di passaggio nella vita degli altri, o qualcuno per cui non vale la pena di lottare. Non vorrei essere un ombrello, che una volta finita la pioggia lo recuperi solamente nel momento del bisogno. Non ha senso amare qualcuno se poi io non mi so amare. Nel mentre mi ero seduto a terra, e osservavo la figura ignota. «Mi sta scoppiando la testa, è un viaggio nella mia mente» Ecco, un’altra volta quella forte fitta alla testa. Tempie, nuca e fronte schizzarono di dolore. Mi misi nuovamente a terra, urlando e agitandomi. Come a scuola, pensavo di stare per morire. Il dolore era sempre più forte, fino a quando, di colpo, svanì. Ero ancora rannicchiato a terra e, di nuovo, capii di non trovarmi più nel sentiero lucente. Sentii una tale confusione che aprii subito gli occhi. Ero in uno stanzino, piccolo e vuoto. Confuso, uscii in direzione delle voci, per capire meglio. Aperta la porta, vidi una serie di manifesti appesi al muro con scritto “Sanremo 1967”. Mi trovavo nei camerini dell’omonimo festival. Raddrizzai le orecchie, cercando di captare qualche frase. «Una pistola? E come se l’è procurata qua? Sicurezza zero proprio» «Ascoltate Dalida, saprà qualcosa in più di noi sicuramente» «Ma vogliamo parlare del biglietto che ha lasciato?» «Certo che spararsi in testa non era la migliore delle soluzioni» Ero confuso. Ero finito cinquant’anni indietro nel tempo, a Sanremo, e qualcuno si era appena ammazzato. Mi spostai più avanti. Ero in un enorme stanzone affollato di artisti e addetti televisivi. In sottofondo alla caciara c’era un continuo scricchiolio del parquet dovuto al grande viavai di persone. Con fatica, arrivai in fondo allo stanzone, slalomeggiando tra le figure. Qui c’era un lungo bancone pieno di giornali. Ne presi uno. “Il secolo XIX: 28 Gennaio – Il dramma dii Luigi Tenco: suicidio a Sanremo” Continuai a leggere “Luigi Tenco, noto cantautore di 28 anni, è stato trovato morto nella sua camera d’albergo all’Hotel Savoy nelle prime ore di questa mattina. Il corpo è stato scoperto dalla cantante Dalida, sua partner al Festival di Sanremo, con una ferita da arma da fuoco alla tempia. Accanto al corpo, è stata rinvenuta una lettera in cui Tenco esprimeva il suo disappunto per l’eliminazione della sua canzone ’Ciao amore ciao’ dalla competizione. Le autorità hanno avviato un’indagine, ma le prime evidenze suggeriscono un suicidio. La comunità musicale italiana è sconvolta dalla perdita di un artista così talentuoso e promettente” Alzai lo sguardo e riposi il giornale dove l’avevo trovato. Avevo già sentito il nome di Tenco da qualche parte, e mi pareva di aversentito le sue canzoni ogni tanto, forse in radio, ma non conoscevo la storia della sua morte. Suicidio. Perché l’ha fatto? Era giovane e talentuoso. Se un secolo dopo le sue canzoni circolano ancora nell’azienda musicale significa che non era uno sprovveduto qualunque. Ma ha voluto morire. Togliersi la vita, non provare più nulla. Sparire dal mondo. Rabbrividii. Insomma, aveva avuto gran successo, aveva lavorato tutta la vita per arrivare a calcare grandi palchi, e finalmente quando ci sta riuscendo, si ammazza. Aveva tutto quello che la vita poteva offrirgli. O forse no? Voglio dire, se ha fatto questo gesto un movente ci sarà stato. Insoddisfazione? Senso di superiorità? Rapporti negativi con qualcuno a lui vicino? Depressione? Disturbi mentali? In quel momento capii che con tutto l’oro del mondo, con tutto il successo del mondo, nulla poteva sanare un malanno mentale. Di corsa tornai in camerino, slalomeggiando nuovamente tra i vip in stato confusionale. Aprii la porta, e notai un qualcosa che prima non c’era. Un foglio con una matita grafite erano posizionati sopra un tavolino circolare. In fretta e furia presi la matita in mano destra e scrissi i nomi di chi avevo visto. “Mamma, papà, Noemi, Mondo, Edoardo, Eletta, Tenco” Osservai il foglio, lo girai e rigirai nelle mani. Non sapevo perché stessi facendo quello, ma sentivo stessi percorrendo la giusta strada. Me lo diceva la testa. Provai e riprovai più strategie. Toglievo Tenco, che in effetti non l’avevo visto, aggiungevo Michelle, collegavo le lettere finali o mediane, rimescolavo i nomi, fino a quando... Trovai la soluzione. “Mamma e papà” erano gli unici che non chiamavo con il loro nome proprio. Gli altri, mettendoli nel giusto ordine, permettevano di leggere quella parola che tanto male mi aveva fatto. Quella parola che, appena nominavo, mi dava quel tremendo mal di testa. Riscrissi i nomi nell’ordine: “Mondo Eletta Noemi TencoEdoardo” Lessi ad alta voce le iniziali: «Mente» Avevo unito tutti i punti. Il signor Qualcuno, quello che comandava tutto questo, era la mia mente, ero io. Per questo i miei desideri durante il viaggio si sono avverati. Quando ho chiesto un mezzo è apparso il pullman. Nessuno mi ha mai detto nulla di nuovo, nulla che non so. Quando chiedevo dove ci trovassimo nessuno sapeva dirmelo perché erano tutti dentro la mia testa. Io cercavo un qualcosa che non so dentro di me. Alzai lo sguardo. Quel mondo non esisteva più. Ero sul tetto di palazzo, in piedi, che guardavo giù. Stavo per suicidarmi. Ero tornato nel mondo reale, vedevo la realtà, non più un mondo onirico. Avevo ripercorso le tappe della mia vita che mi hanno portato fino a questo punto. Il tradimento di Mondo, l’angoscia che provavo sull’autobus ogni mattina, la delusione che provavo verso i miei genitori, l’ansia per la scuola. Riuscii a spiegarmi anche la serie di frasi che uscivano da sole per la mia bocca. Indossavo gli auricolari. Musica. Mi ci immergevo nei periodi negativi, mi sentivo rappresentato. Quelle frasi che uscivano dalla mia bocca erano testi musicali in cui mi sentivo rappresentato in quella specifica situazione. Follia, pensai. Ero matto. Ed era quello il motivo per cui mi trovavo sulla cima di un palazzo. La pazzia, dovevo morire. Mi ricordai delle parole di Noemi “Credo in te, sconfiggili. Quando avrai bisogno di me non ti basta che controllare le tasche” Ora capisco, dovevo sconfiggere i mostri dentro la mia testa. Guardai in basso. Ero a un centinaio di metri dal suolo. Ad un centinaio di metri dalla morte. D’improvviso dubitai pure di Noemi. Se mi butto scoprirò se anche lei è come Mondo, mi verrà a trovare in ospedale sul letto di morte? Scacciai via quel pensiero, anche se nella mia testa non era davvero sparito del tutto. Dopo Mondo avevo paura di essere tradito da chiunque. Anche da Noemi. Mi misi la mano in tasca, indossavo ancora il pigiama. Tirai fuori una manciata di polvere dorata. Noemi
Nota per il lettore: Il racconto lascia una nota di sospensione, perché il lettore, in base a come ha interpretato lo scorrimento delle vicende, deciderà il finale, anche secondo le sue esperienze di vita. Il protagonista non ha un nome, e neanche un’età ben definita, e soffre di disturbi mentali. Questo per dire che chiunque può essere soggetto, il protagonista non ha nome perché vorrei che il lettore si immedesimasse nella storia a pieno. Il racconto vuole dunque essere un invito a riscoprirsi, tramite la psicoterapia, tirare fuori ogni lato di noi che in futuro potrebbe farci del male. E se si è già in una situazione di dolore, il mio invito è chiedere aiuto. Sempre.
Federico Battisti
ITIS Cannizzaro - Rho - Classe 5^
“Passi di me” è un lungo racconto tra l’onirico e la fantasia pindarica che cerca di scandagliare alcune situazioni che la vita adopera per metterci alla prova. In questo viaggio si affrontano problemi e si cerca di dare un senso, se non proprio delle spiegazioni a ciò che accade. I vari incontri a volte sembrano surreali e appaiono di difficile comprensione, ma hanno una qualche capacità di attrarre il lettore, che si sente spinto a continuare la lettura per scoprire ciò che alla fine lo stesso Autore spiega in modo chiaro e lucido. Ciò che appare è la parola “mente”. Tutto ciò che sta nella trama è quindi il frutto della mente e la parola “mente” non è altro che l’acronimo dei personaggi incontrati e descritti nel racconto. Infatti le iniziali di Mondo, Eletta, Noemi, Tenco, Edoardo formano appunto la parola Mente. E’ la mente quindi la guida e la trama di ciò che sta scritto. Per concludere: siamo di fronte ad un autore che sa destreggiarsi con una buona fantasia, tanto da raggiungere nel racconto la soluzione che si era prefisso. Questa dote, se ben guidata, potrebbe darci altre opere valide in grado di raggiungere posizioni per lui sempre più soddisfacenti."
Adriano Molteni
C’era una volta una bambina con degli occhi così trasparenti che sembravano fatti di vetro. D’estate le piaceva sdraiarsi sul prato per vedere le nuvole cambiare forma nel cielo, mentre in inverno restava ore alla finestra pur di assistere alla discesa dei primi fiocchi di neve. Aveva paura del buio ma, siccome ogni volta che toccava un fiore rideva, per andare a dormire le bastava pensare alle margherite e alle rose che coglieva di giorno.
La bambina viveva in un grande giardino. Si svegliava con i primi raggi del sole e ritornava nella sua cameretta solo dopo che l’ultima rana era andata a dormire. Quando salutava le lucciole, queste si accendevano per mostrarle la via del ritorno. Baciava con lo sguardo le carpe mentre gli uccelli del crepuscolo le cantavano la buonanotte.
Riusciva a riconoscere la pioggia dalla rugiada e il nome delle nuvole che cambiavano forma, mentre non capiva i dispetti che le facevano qualche volta gli altri bambini. Nonostante ciò, cercava di essere sempre gentile con tutti. D’estate vestiva di bianco perché le piaceva sporcarsi con la linfa dei fiori e il suo colore preferito era l’azzurro del cielo.
Questa bambina si chiamava Celeste.
Una sera, Celeste si perse nel grande giardino. Non riusciva più a ritrovare la strada del ritorno. All’improvviso, gli alberi sembravano essere diventati più grandi, il cielo più scuro. Quando Celeste si appoggiò su una radice per riprendere fiato, sentì per la prima volta il tocco ruvido del legno che le sfregava la pelle.
Ad un certo punto, le si avvicinò una volpe. Celeste stava piangendo e non si accorse del suo passo felpato.
«Sai, anche io mi sono perso una volta. Non è stato proprio bello, a dire la verità!» disse la volpe, ergendosi su due zampe.
Celeste si pulì gli occhi, un po’ meravigliata. Guardò quell’essere dal pelo rosso e si chinò per pulire il vestito bianco dal colore dei fiori.
La volpe continuava a parlare.
«Anch’io piangevo come te e non sapevo cosa fare. In poco tempo si fecenotte ed iniziai ad avere fame, però non conoscevo nulla di quel posto buio! Ebbene, avevo freddo e paura!» la volpe agitò la zampa in aria, quindi mostrò i denti. «Però alla fine ricordai che rimanevo pur sempre una volpe».
Celeste si protrasse in avanti, curiosa ma ancora un po’ stupita dal comportamento di quell’animale. «E poi come hai fatto?» chiese.
L’animale la guardò dritta negli occhi e scoppiò in una risata. Celeste cercò anche lei di ridere, ma era troppo preoccupata. Stava scendendo il sole e incominciava a fare freddo. Si strinse nel vestito bianco e si alzò. La terra era bagnata. Aveva paura.
«Mi potresti aiutare? A ritrovare la strada del ritorno» trovò il coraggio di chiedere Celeste alla volpe.
L’animale non smise di guardarla, quindi annuì e si voltò dall’altra parte.
«In verità, quando io mi persi, nessuno mi venne ad aiutare. Voglio che per te sia diverso, piccola bambina! Ora, ci sono io ad aiutarti! Però…» la volpe alzò nuovamente la zampa verso il cielo scuro, «…Voglio raccontarti una storia, mentre ti riporto a casa. Accetti la mia proposta?» Celeste annuì sollevata. Si avvicinò alla volpe e la prese per la coda.
Questa dapprima, d’istinto, mostrò i denti, ma poi, vista la bambina scaldarsi le braccia tremanti con il suo pelo rosso, annuì e iniziò a camminare.
«Tanto tempo fa, avevo un cucciolo di volpe. Era un cucciolo dal manto morbido e chiaro come la luna. Gli volevo tanto bene. Era molto bravo a stanare i piccoli animaletti del bosco e aveva dei carinissimi dentini che mi mostrava ogni volta per farmi ridere» la volpe si voltò verso Celeste e le mise una zampa sulla spalla. «Ma la cosa che in assoluto gli piaceva di più era saltare nelle nuvole e nel cielo insieme alla mamma!».
Celeste guardò la volpe. «Saltare nelle nuvole?» chiese meravigliata.
La volpe sorrise. «Ebbene sì!» esclamò, e indicò con la zampa il cielo scuro di stelle e costellazioni. «Il mio piccolo cucciolo di volpe sapeva saltare fino alle nuvole! Anzi, fino alla luna! Sapeva accarezzare anche le stelle! Come quelle che vedi ora luccicare nella notte! Qualche volta dovevo sgridarli, perché passavano interi pomeriggi a rotolarsi in nuvole un po’ troppo lontane, ma la maggior parte delle volte li lasciavo giocare fino al tramonto. Immaginati lo stupore degli uccelli nel vedere uncucciolo di volpe e la sua mamma passeggiare nel cielo! Li potevi sentire ridere fin da quaggiù!».
Celeste si strinse di più nella coda della volpe. Senza saperne il motivo, si sentiva all’improvviso triste. L’animale, accorgendosi della lacrima che aveva rigato il volto di Celeste, si fermò. «Bambina, perché piangi?».
Celeste si strofinò le guance con il palmo delle mani. «Non lo so» sussurrò infine. Si fece prendere in braccio dalla volpe mentre questa aveva ripreso a raccontare. Il suo pelo era caldo e morbido, la voce greve.
«Una mattina, il mio piccolo cucciolo di volpe e la mamma si allontanarono troppo. All’alba, tuttavia, il cielo si era schiarito di una sfumatura così rosea e calma, e l’aria aveva accarezzato così lieve i loro manti, che avevo deciso di non preoccuparmene e di lasciarli andare a giocare. Erano felicissimi perché con quel tempo avrebbero potuto fare nascondino tra le nuvole!» la volpe si fermò. Asciugò le guance di Celeste e sorrise triste. «Bambina, sembra quasi che tu riesca a sentire il mio dolore. Ebbene, senza preavviso, si scatenò una violenta tempesta. Li cercai dappertutto. Nel cielo erano comparse gigantesche nuvole grigie e il vento si era mutato in una bufera, ma mi feci coraggio e affrontai la tempesta».
«Mi allontanai da casa e mi persi. Per ore vagai alla ricerca del mio piccolo cucciolo di volpe e della mamma, sfidando gli ululati del vento e l’oscurità della notte. Nonostante l’acqua che mi colpiva gli occhi, mi ostinavo a gridare al cielo. Avevo freddo e fame e pensavo a loro, lassù, in balìa di quella violenta tempesta! Avevo freddo, bambina mia, ma tanto freddo nel cuore. Come potevo continuare a vivere sapendo che sarebbe bastata semplicemente una parola quella mattina, per non lasciarli andare? Correndo, i rami e le spine dei rovi mi graffiavano il pelo. Pensavo a come saremmo stati, davanti al caminetto di casa, al caldo, guardando insieme la pioggia. E sarebbe bastata una semplice parola!».
La volpe si fermò.
«Piove» disse Celeste, guardando il cielo. La bambina si immaginò la volpe che cercava il suo cucciolo e la mamma, in un cielo che come ora si era all’improvviso annuvolato. Guardò la volpe. Il suo muso era molto triste.
Trovarono riparo in un vecchio e spazioso cunicolo formatosidall’aggrovigliarsi di radici con una grande roccia. All’interno, Celeste si appoggiò al manto caldo della volpe.
Passò uno scoiattolo, fradicio. «Volpe» squittì. La volpe gli sorrise per qualche secondo, agitando la zampa, quindi gli disse qualcosa nel linguaggio degli animali che la bambina non riuscì a capire. Lo scoiattolo sembrava felice e nello stesso momento triste di vedere e parlare con la volpe. Forse anche lui conosceva la storia del suo cucciolo.
La volpe e lo scoiattolo parlarono di tante cose, in quella strana lingua formata da squittii e guaiti che sembravano risate e sbadigli. Nel mentre, fuori dalla casetta di radici, la pioggia bagnava il bosco e nutriva il corso dei ruscelli: era una pioggia gentile e calma, di quelle che riempiono di tanta rugiada i prati all’alba e lasciano un odore di pulito. Nel cielo, anche se le nuvole coprivano la luna, si riuscivano a vedere le stelle.
Celeste pensò alla volpe e alla storia che le aveva raccontato, a come sarebbe stato bello giocare anche lei con il suo cucciolo. Pensò alla sua mamma. In fondo, anche a Celeste mancava tanto una persona perduta per sempre, quindi riusciva a capire il dolore della volpe. Le venne da piangere di nuovo, ma represse le lacrime e si immaginò di cogliere dei fiori. Il suo manto rossiccio sarebbe perfetto per dei germogli di margherite, pensò la bambina. Si immaginò la famiglia della volpe nella loro casetta mentre stringevano in un abbraccio le margherite che lei aveva colto per loro.
Così Celeste, piano piano, cullata dal movimento del petto della volpe e dai suoi pensieri, chiuse gli occhi umidi di lacrime. Non aveva bisogno del finale di quella triste storia. In verità, il piccolo cucciolo e la sua mamma vivevano ancora. Nel cuore della volpe ma soprattutto, ora, anche nel suo.
Vivevano lì, e Celeste iniziò a voler loro bene come se li conoscesse da sempre.
Quando Celeste riaprì gli occhi, si trovava sdraiata nel letto della sua cameretta. Le finestre erano aperte e le tende bianche ondeggiavano con il vento. Era una bellissima giornata di inizio estate, calda, con le farfalle e gli uccelli che proiettavano le ombre sul letto.
«Celeste!» esclamò una bambina, aprendo la porta e vedendo la sua amica sveglia, lo sguardo rivolto verso la finestra.
«Anna!» rispose Celeste, ridendo. Si alzò e prima che la sua amica potesse chiederle qualunque cosa, prese i fiori che aveva sul comodino e poi corse ad abbracciarla. Quindi, sgattaiolando verso l’uscita, arrivò in giardino e cominciò a correre verso il bosco. L’erba calda le solleticava i piedi e il sole le baciava le guance.
La volpe la aspettava seduta su un grande masso. Guardava il cielo. Le nuvole che avevano causato la pioggia della notte precedente vagavano bianche e dense nel cielo più azzurro che Celeste avesse mai visto.
«Volpe!» lo chiamò la bambina, offrendogli i fiori che aveva preso dalla sua cameretta. Erano delle campanelle e alcuni denti di leone. Con un gesto della zampa, la volpe esortò la bambina a salire insieme a lui sul grande masso.
Quando salì, la volpe annusò i fiori e con un sorriso sfuggente socchiuse gli occhi verso Celeste. Era lo stesso sorriso furbo che la bambina gli aveva visto quando le aveva parlato la prima volta.
«Ebbene, Celeste? Ieri ti sei addormentata… Non vuoi sapere come finisce la mia storia?».
La bambina si posò le mani sul vestitino bianco e sorrise anche lei. «No» bisbigliò infine, assaporando l’odore del vento e del ricordo della pioggia nelle nuvole. «Non ne ho bisogno, Volpe. Ora il tuo cucciolo e la sua mamma sono qui dentro di me» disse. «Ho imparato che non bisogna avere paura o tristezza quando si perde qualcosa, perché tutti i fiori e le belle cose che se ne vanno via o appassiscono in verità rimangono dentro di noi. E poi ora, quando guarderò il cielo, non vedrò più solo delle nuvole» Celeste guardò in alto e abbracciò la volpe. «Ma una bambina che vive per sempre felice e contenta con la sua mamma».
Ludovico Sebastian Andreoli
IISS B. Russell - Garbagnate Mil. - Classe 4^
“Celeste e la volpe” è un racconto che si muove con leggerezza apparente, ma che in realtà affonda le radici in un terreno simbolico profondo, evocando – consapevolmente o per istinto narrativo – la stessa aura di tenerezza e profondità esistenziale che anima le pagine del Piccolo Principe. La relazione tra la bambina e la volpe, i riferimenti ai fiori, ma soprattutto la metamorfosi dello sguardo sul mondo attraverso il legame affettivo, richiamano quella dimensione esistenziale in cui l’infanzia si fa depositaria di verità che l’età adulta tende a dimenticare o trasfigurare. Le nuvole divengono metafora viva di ciò che l’altro lascia in noi: un’alterazione percettiva che è, in fondo, il segno più autentico dell’amore e della perdita. Lo stile, limpido e privo di manierismi, non cede mai all’ingenuità, ma si fa veicolo di una leggerezza sapienziale, che tiene insieme immediatezza emotiva e densità simbolica. E in questo risiede il valore maggiore del testo: la capacità di restituire alla semplicità il suo statuto di complessità sottile.
Mattia Pedota
La banchina era vuota e Mark Boyle era in attesa.
Il piede destro batteva impaziente sulla linea gialla di sicurezza e i suoi occhi sfrecciavano di continuo all’orologio digitale che aveva al polso, erano le 6.50 di mattina. La Talpa sarebbe stata vuota ed il compito di Mark più facile da svolgere, proprio come era scritto nel messaggio. Diede un’occhiata furtiva allo schermo degli arrivi, mancavano dieci secondi e il treno sarebbe giunto. Era in perfetto orario.
Dalla tasca interna del suo logoro cappotto grigio, estrasse un vecchio paio di visori. Era da anni che non usava quegli aggeggi. Nel suo piccolo appartamento non li tirava neanche fuori dal cappotto, mentre in pubblico indossava sempre quel vecchio paio, ma solo per non destare sospetti o sembrare completamente impazzito. Fece appena in tempo a infilarseli, che il treno ad alta velocità uscì dal tunnel buio e freddo. I binari erano percorsi dell’elettricità e i freni stridettero. Con un fischio elettronico, le porte si aprirono e Mark prese velocemente posto. Proprio come aveva previsto, nel suo vagone non c’era nessuno. La seduta in plastica era fredda e le luci al neon delle inserzioni pubblicitarie molto fastidiose. I suoi visori non funzionavano, ma se fossero stati accesi, avrebbero proiettato film, programmi televisivi e pubblicità a raffica. Ormai il mondo lì sotto funzionava così: lavoro sottopagato e ipnotici aggeggi elettronici.
Voltò la testa da un lato e dall’altro, poi, con indiscrezione, portò la mano destra al cuore. Il pacchetto era al sicuro. Poteva stare tranquillo, per il momento.
Dopo qualche secondo le porte si chiusero e la Talpa sfrecciò verso la prossima stazione.
Si trovavano al terzo livello sotto il suolo e quel treno viaggiava fino alle prime stazioni del primo. Era lì che Mark era diretto, era quello il luogo della consegna: la stazione numero otto. A Mark sembrò proprio che il treno sotterraneo avesse aumentato la sua velocità per raggiungere prima il capolinea, come una vera talpa, che, individuata la preda, scava con più vigore per afferrarla al più presto. Dopo poco più di un minuto, infatti, avevano già raggiunto il secondo livello, erano le 6.52 e forse sarebbe anche arrivato in anticipo per la consegna.
Quando le porte si riaprirono, sul suo vagone salirono una donna e un bambino. Mark fu sorpreso di vederli, non perché fosse mattina presto, ma perché di bambini se ne vedevano sempre meno. Le natalità stavano calando e i pochi fanciulli che c’erano, uscivano di rado dalle proprie abitazioni sotterranee. Non fu sorpreso invece nel constatare che entrambi indossavano i visori. Quello del piccolo era troppo grande e gli copriva parte del visino. La madre invece ne possedeva uno abbastanza vecchio e di una marca scadente. Ovviamente non lo videro, i loro apparecchi stavano sicuramente trasmettendo qualche cartone o programma. Il bambino era immobile sulla seduta, le braccia abbandonate lungo i fianchi, la schiena dritta e la bocca semi-aperta. Più che un ragazzino, sembrava tanto quegli automi che lavoravano nella catena di montaggio insieme a lui. Mark scosse leggermente la testa, dispiaciuto. Aveva letto che un tempo, sui treni sotterranei, quando ancora non esistevano i visori, i bambini correvano, gridavano o parlavano con i viaggiatori sconosciuti.
Le persone, invece, conversavano tra loro o leggevano giornali e libri su un materiale chiamato carta. Doveva essere stato molto tempo fa. Sin da neonato, aveva conosciuto e visto solo quegli occhiali a visiera, mai un giornale né un libro. Forse erano conservati segretamente dal governo, come oggetti di un’umanità arcaica e libera. O magari erano rimasti tutti in superficie, ormai distrutti dai raggi del sole radioattivi. In ogni caso, nessuno avrebbe potuto più leggerli e nessuno avrebbe più voluto farlo.
Oramai tutta la popolazione della Resistenza Sotterranea non era più in grado di leggere, salvo alcune eccezioni. Perché sprecare tanta fatica a combinare lettere e suoni, quando può farlo il visore al tuo posto? Perché perdere tempo nel leggere pensieri, idee e storie di altri uomini quando sui visori trasmettono comici reality show? Mark era cresciuto da sempre con questi ideali, che nel profondo però non riteneva del tutto corretti. C’era in loro qualcosa di sbagliato, distorto, come se non derivassero dalla libera e consapevole scelta di ciascuno, ma venissero come sussurrati alle loro orecchie da quegli stessi occhiali, che li modellavano, li plasmavano, fino a farli sembrare giusti. Ma presto sarebbe successo qualcosa di nuovo, qualcosa che avrebbe cambiato le sorti di tutti, Mark ne era convinto.
Dopo poche fermate, alle 6.55, la madre e il piccolo scesero, lasciandolo nuovamente solo. Mark diede un’occhiata fuori dal finestrino. La galleria era illuminata da fioche luci di emergenza. Le sue pareti erano di un vecchio cemento scrostato e in più punti presentavano crepe e spaccature.
Dovevano essere entrati nel primo livello, lì le ferrovie della talpa erano tra le più vecchie, nonché tra le più vicine alla superficie. A Mark sarebbe tanto piaciuto poter vedere, anche solo per una volta, il mondo di sopra.
Le immagini che lo mostravano erano davvero difficili da reperire e la maggior parte di esse erano censurate dal governo. Ormai era da più di un secolo che l’umanità era relegata a vivere sotto terra, in dieci livelli sotterranei. Più ci si inoltrava in profondità e più si era al sicuro, lontani dalle radiazioni e dalle sostanze cancerogene che il sole e i rifiuti in superficie rilasciavano.
Mentre la Talpa proseguiva il suo viaggio, per calmare i battiti accelerati del suo cuore, ripeteva tra sé il contenuto del messaggio. Presto avrebbe portato a termine il suo più grande onere e la scelta più importante della sua vita. Di cosa sarebbe accaduto dopo, gli importava ben poco. Quello che ora contava era cambiare il presente.
Erano le 6.56 quando la Talpa si fermò.
Mark se ne accorse perché non udiva più il tenue rombo del motore. Non accadeva spesso che i treni della Talpa si fermassero nelle gallerie.
Doveva essere accaduto qualcosa.
Mark si alzò di fretta e a grandi passi raggiunse lo sportello che lo separava dagli altri vagoni. Entrato nella carrozza adiacente alla sua, notò che neanche quella era molto piena e tutti i passeggeri indossavano i visori. Per lo più erano lavoratori di fabbrica, li si riconosceva dalla tuta logora e sporca di grasso. I loro volti accennavano a una tenue preoccupazione, ma Mark non potendoli guardare negli occhi, non ne era certo. Qualcuno borbottava qualche imprecazione, altri emettevano sospiri pensati o battevano innervositi le dure scarpe sul pavimento. Sicuramente la Talpa aveva comunicato qualcosa attraverso i visori. Mark doveva scoprirlo, altrimenti avrebbe tardato all’appuntamento. Si avvicinò ad un anziano, battendogli leggermente sulla spalla. Gli ci vollero più tentativi affinché l’uomo si accorgesse di lui. Spense i visori e aggrottò le sopracciglia in attesa. Mark farfugliò delle scuse e gli chiese se fosse a conoscenza del motivo della sosta della Talpa. L’uomo gli rispose sbrigativo che avevano trasmesso un annuncio sui visori e in ogni caso c’erano stati problemi con la linea e vi stavano ponendo rimedio al più presto. L’uomo non sentì nemmeno il ringraziamento di Mark, perché aveva già riacceso il suo visore.
Quanto ci avrebbero messo? La fronte di Mark iniziò a bagnarsi di gocce di sudore. Ritornò velocemente nel suo vagone, ma era troppo agitato per sedersi. Faceva avanti e indietro, mentre continuava a lanciare occhiate al finestrino, sperando di vederlo in movimento. Erano le 6.58. Gli sarebbero mancate solo una manciata di stazioni per raggiungere la sua destinazione.
Se di lì a poco la Talpa non avesse ripreso a funzionare, sarebbe arrivato troppo tardi e avrebbe mancato l’appuntamento. Il suo cuore batteva sempre più veloce, eppure i secondi dell’orologio si ostinavano a trascorrere sempre con il solito ritmo. Alle 6.59 a Mark era passata per la testa l’idea di forzare lo sportello d’ingresso, uscire nella galleria e proseguire di corsa a piedi. Per un breve istante si avvicinò alla porta, pronto per aprirla, ma non appena toccò il metallo freddo, si rese conto di ciò che stava per fare. Se fosse entrato in galleria, i sistemi di sicurezza l’avrebbero rilevato, qualche agente sarebbe corso ad arrestalo e anche così Mark avrebbe perso la consegna.
Si sedette, imponendosi di restare calmo. Magari anche chi lo attendeva aveva avuto ritardi, forse altri treni della Talpa erano guasti. Mark si convinse che fosse così, non poteva andare in panico in un momento così importante. Ciò che poteva fare era sperare che il treno riprendesse a muoversi.
I secondi che passarono sembrarono un’eternità, ma alle 7.01 i motori della Talpa si riaccesero. Il treno riprese la sua corsa sui binari. La velocità non era la solita, Mark se ne rese conto, come si rese conto che era davvero troppo tardi. Avrebbe dovuto essere già lì. Avrebbe dovuto aver già individuato l’uomo con il cappello e il cappotto color porpora. Avrebbe dovuto estrarre il pacchetto e consegnarlo. Avrebbe dovuto cambiare il presente. Avrebbe dovuto scrivere il futuro. Avrebbe dovuto… eppure era lì, fermo.
Le pareti della galleria erano sfuggenti come sogni, i motori rombavano e la Talpa continuava inesorabile il suo cammino, inconsapevole di aver appena distrutto quello del suo passeggero Mark Boyle. Alle 7.03 le porte si aprirono per un breve istante alla stazione numero sette. Dopo il fischio si richiusero e il treno proseguì per la prossima fermata. Alle 7.03 e 10 secondi, la Talpa uscì dal tunnel buio, entrando nella stazione numero otto. I freni stridettero e le porte si aprirono. Mark fu l’unico a uscire. I suoi occhi vagarono veloci sulla banchina in cerca dell’uomo con il cappotto color porpora. Il suo cuore si fermò per un instante quando realizzò che non c’era nessuno vestito in quel modo. Ed eccola, la dura verità che lo colpiva: aveva mancato l’appuntamento. Si toccò il pacchetto nascosto sotto la giacca. Aveva fallito.
Decise di aspettare qualche minuto e, se nessuno si fosse presentato, avrebbe aspettato il prossimo treno diretto verso il livello tre. Si sarebbe messo in contatto con l’uomo della consegna e avrebbe fissato un altro appuntamento il giorno stesso. D’altronde un ritardo di qualche ora l’operazione poteva reggerlo. Gli altri avevano calcolato un margine di errori o imprevisti, non erano sprovveduti. Forse non tutto era perduto.
Mentre prendeva questa decisione si sentiva però strano, come osservato.
Lanciò una fugace occhiata alla sua destra. C’era un gruppo di uomini davanti alle porte della Talpa. Non erano scesi con lui, ne era certo. Non stavano neanche salendo però. Mark li osservò bene. Indossavano lunghi cappotti neri, il taglio era quasi sartoriale. Le scarpe erano tirate a lucido e i cappelli sembravano di ottima fattura. Avevano tutta l’aria di non essere degli operai.
Il treno emise il solito suono meccanico, gli sportelli si richiusero e il treno ripartì. Gli uomini erano ancora sulla banchina. Il sudore di Mark scese lungo la schiena quando, con la coda dell’occhio, vide che si stavano avvicinando. Magari avevano bisogno di informazioni, forse si erano persi. Questa congettura, però, sembrava così poco plausibile e molto irreale. Gli uomini erano sempre più vicini e Mark sempre più preoccupato. Non poteva fuggire.
Se quel gruppo non voleva niente da lui, sarebbe stato sospetto il suo comportamento. Potevano pensare che nascondesse qualcosa e avvertire le autorità. Questa era l’ultima cosa che Mark voleva. Doveva comportarsi normalmente, gli uomini l’avrebbero superato e lui avrebbe preso il treno per tornare a casa. Eccoli che stavano passando dietro di lui. Aspettò qualche istante, sperando di essere ormai solo. Quella sensazione di essere osservato, però, non se ne voleva andare. Forse era troppo paranoico, o forse no. Appena Mark si voltò, il suo cuore perse un altro battito, per la seconda volta in quella stessa giornata. Gli uomini lo accerchiavano, non lasciandogli alcuna via di fuga. Quello che gli stava di fronte fece un passo avanti, avvicinandosi. Il cuore di Mark galoppava e solo in quell’istante si rese conto di uno strano dettaglio: nessuno di quegli uomini indossava i visori. L’uomo che gli si era avvicinato parlò e il cuore di Mark smise definitivamente di battere.
“Signor Mark Boyle, la dichiaro in arresto per tentato attacco terroristico ai danni del governo e della comunità della Resistenza Sotterranea. Pena per premeditato attacco terroristico è la morte. La sua esecuzione avverrà da qui a tre giorni, nella prigione del primo livello. Qualcuno l’ha tradita. Le chiedo gentilmente di porgermi il pacchetto che doveva consegnare alle ore 7.00 di questa mattina, poi le metterò i bracciali elettrici. Non tenti di porre resistenza, altrimenti verrà scaricata una carica elettrica che gli farà perdere i sensi.”
Sara Trovato
Liceo Statale C. Rebora - Rho - Classe 5^
La talpa è un buon racconto in cui l’Autore ci dà una sua visione di ciò che succederà nel prossimo secolo, traendone spunto dai prodromi che si manifestano in questo nostro tempo. In una narrazione di buon ritmo e corretta il personaggio del racconto, Mark Boyle, perde l’appuntamento con un ribelle al quale doveva consegnare un plico. La causa sembrerebbe accidentale, ma non lo è. Come spesso succede, i traditori riescono a compiere i loro misfatti e così succede. Mark Boyle viene arrestato e condannato a morte. La strada per la libertà non è breve, ma bisogna essere attenti prima di perderla e molto di più dopo per riacquistarla. Questo racconto merita di essere letto e premiato, anche perché analizza alcuni aspetti cui spesso non si fa caso, Un progresso troppo spinto, tanto da rendere l’Uomo parassita, va giustamente monitorato e fermato in tempo.
Adriano Molteni
